Erri De Luca e la poesia


La poesia non è un’arte di arrangiare fiori, ma urgenza di afferrarsi a un bordo nella tempesta. Per me è pronto soccorso, la poesia, non una sviolinata al chiaro di luna. È botta di salvezza (Erri De Luca).

Per comprendere queste parole occorre leggere De Luca.

A mio avviso meriterebbe il Nobel per il nuovo uso della poesia o della prosa, dipende da come la vuoi guardare.

Non ne parlerò, perché qualunque parola sarebbe sottrazione di meraviglia. Diminuzione di opere grandiose seppure pacate, quasi quotidiane.

Ne rimasi folgorato, o meglio attonito mentre un giogo si sollevava, come una città dopo lungo tempo liberata dall’assediante (cit. Oscar Wilde) che torna a vivere a respirare senza preoccuparsi di fare rumore.

Così, iniziai a scrivere ispirandomi al suo stile e scoprendo, rileggendomi a distanza di tempo, bellezza sempre fresca.

Scritti senza pretese di notorietà, sono privati, e la bellezza la conosco solo io, eppure ora c’è e prima non c’era, prima erano parole, a modo o in rima restavano solo parole.

Mentre ora l’uso della poesia come pennellate (a volte di disturbo) dona luce a testi altrimenti sciapi, magari di spessore ma… solo spessi.

Godere delle sue opere è solo una parte per comprendere la sua posizione, occorre conoscere la sua storia, di manovalanza a spasso per l’Europa a faticare e imparare lingue mentre i suoi testi rimanevano in attesa, sospesi in una bolla di tempo.

Occorre comprendere il suo amore per l’umanità e le sue creazioni e le infinite varietà, poi non così varie (comprese le religioni).

Non sono sempre d’accordo con le sue posizioni, come nel caso della TAV, ma riconosco sempre il valore delle sue riflessioni.

La poesia è quindi uno strale di vita che ci raggiunge per ricordarci di non mollare quando tutto va male e si essere felice quando le cose vanno.

Versione su quora.

La rottura del narcisismo


Fu Freud il primo (beh magari uno dei primi) a rendersi conto che la cultura occidentale ha introdotto una discontinuità nel narcismo.

E lo ho fatto molte volte con personaggi come Galileo, Copernico, Darwin, lui stesso e Nash.

E non è un caso se sono stati quasi tutti uomini di scienza.

I primi ci hanno fatto capire che la terra non è il centro del sistema solare, Darwin ci ha fatto capire che siamo animali, né più né meno degli altri e che siamo “figli” di un processo naturale chiamato selezione naturale, come tutto ciò che abita questo pianeta (e qualunque altro se mai lo scoprissimo), Freud ci ha fatto capire che non siamo neppure padroni della nostra mente, perché esiste l’inconscio composto da molte cose che non coincidono per nulla con il nostro io cosciente e che anzi, a volte ci sono del tutto aliene; Nash ci ha insegnato che il bene del singolo non è un obbiettivo furbo, paga di più cercare il bene del gruppo (grande a piacere).

E questa visione, che ha apparentemente ridotto di molto la nostra autostima, è la base su cui abbiamo prosperato: il rifiuto dei dogmi e delle posizioni aprioristiche ci hanno dato condotto ad un numero di scoperte immane che ha migliorato le nostre vite di svariati ordini di grandezza.

Abbiamo capito che non siamo nulla di speciale, ma siamo speciali perché lo abbiamo accettato, in ultima analisi è questa la supremazia culturale dell’occidente: non c’entrano nulla il consumismo o altri aspetti economici di cui tanti vanno cianciando.

Ma l’accettazione profonda di non essere nulla di speciale, di essere un dettaglio nel quadro di insieme; non a tutti, o forse dovrei dire solo a pochi, è chiaro quanto sia pervasiva questa consapevolezza, quanto influenzi il nostro approccio al mondo e quanto, contemporaneamente, sia efficae ed efficiente.

I nostri approcci sono umili, non presuppongono mai una supremazia a prioristica, non si affida a valutazioni non quantificabili, ripetibili, studiabili.

Insomma, siamo molto cauti, quasi diffidenti anche su noi stessi, e questo ci rende immensamente forti.

L’Inquinamento dell’affetto


«Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.

«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.»
Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante. Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.

Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza. Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.

Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.

Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.

«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.

Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry

Il “Piccolo Principe” è un testo quasi iniziatico, da leggere e da studiare, c’è poco che si possa aggiungere o togliere dagli insegnamenti che ci lascia in eredità.

Ho scritto molto spesso dell’amore avendo tra le mie basi proprio questo testo.

Se devo trovare un precisazione a questo passo è forse che non considero il “voler bene” una forma di amore inquinata dalle aspettative o dalle proiezioni.

Ma penso che qualunque aspettativa o proiezione inquini ogni cosa, corrompa e tramuti qualunque sentimento positivo in brutale forma di egoismo.

Tutto qui, senza fronzoli o appello: se non accogliamo l’altro per ciò che è lo stiamo solo usando per i nostri fini egoistici.

E allora cosa è “voler bene” nel mio vocabolario è un po’ meno di quanto dica il Piccolo Principe dell’amore, laddove l’amore, per come lo vedo io, è molto di più, qualcosa che trascende il nostro stesso senso di umanità biologica, qualcosa che ci proietta su una scala diversa dove la nostra individualità va in secondo piano.

È raro amare, non c’è da farsene un cruccio, ma è facile voler bene in maniera pulita, come il Piccolo Principe ama la rosa.

Ecco se da un parte dobbiamo cominciare, impariamo a voler bene senza proiettare, senza aspettative, senza nulla che non sia considerare l’altro.

Quando manca il limite


Will Smith schiaffeggia Chris Rock alla notte degli Oscar: chi ha ragione?

Da una parte il comico prende in giro la moglie di Smith per i capelli rasati (dovuti alla alopecia, una malattia che fa perdere i capelli), dall’altra Smith ricorre alla violenza.

C’è chi dice che ha ragione Rock, perché in fondo era lì per far ridere secondo il suo stile aggressivo, e Smith lo sapeva.

C’è chi dice che ha ragione Smith, perché sono stati toccati i suoi affetti.

A mio parere è uno schifo: siamo di fronte a due torti e pochissime ragioni.

Intendiamoci: sì certo Rock fa il comico e tutti quelli dello spettacolo lo sanno com’è, e se non ti va non ci vai o non ti metti in prima fila, ma d’altro canto Smith era un candidato agli Oscar, dove doveva stare?

E sì certo, questo non autorizza nessuno ad usare la violenza, ma cosa doveva fare?

Stare in silenzio e subire? Cioè davvero approviamo che un comico possa fare il bullo? Comico e buffone non è la stessa cosa. Il primo è un libero professionista, il secondo un servo.

Oppure alzarsi e rispondere per le rime? Sì beh sarebbe figo, ma sul serio? Inizi una battaglia nel campo dell’avversario con le tecniche dell’avversario?

Oppure alzarsi e dirgli semplicemente che il suo comportamento è stato inopportuno e offensivo?

Questa opzione mi piace già di più, ma manca una cosa: il fatto che sia chiaro che se prendi in giro chi è in difficoltà non è comicità, ma discriminazione.

Manca in America e manca anche in Italia, e quindi alla fine penso che sì, Smith ha sbagliato più di Rock, ma più ancora ha sbagliato la società civile a non darsi delle indicazioni che facciano capire cosa fa ridere in modo sano e cosa è discriminazione o bullismo.

Cosa vuol dire ascoltare?


Ascoltare vuol dire capire quello che l’altro NON dice. [Carl Rogers]

Io direi che sarebbe già tanto se si iniziasse a capire quello che l’altro DICE.

Intendiamoci, Rogers non sta dicendo bischerate, lui sta alzando l’asticella, ci stimola ad andare oltre, ma…

Come sempre c’è un ma, perché spesso non ci si capisce.

Chi riceve il messaggio non ci presta attenzione oppure guarda altre cose, si fa traviare dalla componente non verbale e si perde il verbale.

Quando si dice che il 90% della comunicazione è non verbale è vero, ma non sta scritto da nessuna parte che sia una cosa buona.

L’abitudine a farsi distrarre da informazioni accessorie del messaggio è un problema.

Ricordo un aneddoto interessante: in un workshop Gianni (nome di fantasia) e Pinotto (davvero devo specificare che è di fantasia?) inscenano uno scambio lavorativo.

Gianni comunica un messaggio inerente a qualcosa da fare a Pinotto.

Gli uditori hanno unanimemente criticato la modalità di comunicazione di Gianni, considerata troppo dura e scontrosa, quasi maleducata.

Finché il buon Pinotto, fece notare che per lui non c’era nulla di tutto questo e che anzi, la comunicazione era stata precisa, puntuale e ben argomentata.

Cosa è successo? Gianni e Pinotto si sono concentrati sul contenuto, non gli interessava minimamente guardare altro (in quel momento).

Gli altri erano distratti.

E questa distrazione inconsapevole, finisce per creare aspettative (come sempre) che trovano un terreno fertile nelle parole di Rogers.

Però il messaggio diventa che se l’altro ascoltasse saprebbe capirmi, mentre il messaggio di Rogers vuole dire che se tu imparassi ad ascoltare veramente, capiresti quello che l’altro vuole dire, e anche quello che vorrebbe dire ma non può.

Fino ad arrivare forse a comprendere quello che l’altro vuole nascondere quasi fantascienza, però diciamo che in linea teorica potrebbe pure succedere…

E quindi tornando a bomba, un ascolto completo, tipo che sei il campione mondiale di ascolto, significa (in questo esatto ordine) che:

  1. capisci quello che l’altro dice
  2. capisci come lo dice
  3. capisci perché lo dice
  4. capisci cosa vorrebbe dire
  5. capisci cosa non vuole dire

Molto spesso non si è in grado di fare nemmeno il primo degli esercizi…

La montagna è aliena


La montagna è sempre aliena.

Torreggia sprezzante sui nostri limiti.

La montagna non siamo noi, nessuno di noi può essere o contenere in sé la montagna.

La montagna è il limite; del singolo, ma non del gruppo.

La montagna non perdona: è una sfida continua e non ama gli sbruffoni, ma sopporta di buon grado, spesso con bonario affetto, gli uomini che sanno condividere il proprio giardino interiore con altri uomini per onorarla.

La montagna apprezza l’amicizia e l’accortezza del rispetto.

Se il deserto insegna ad essere uomini, la montagna insegna ad essere gruppo, squadra, amici.

Il deserto è dentro di noi


il deserto è dentro di noi.

Ce lo portiamo appresso con la disinvolta inconsapevolezza dell’egoismo.

Il deserto siamo noi.

L’arida desolazione impossibile da colmare con tutto quello che cerchiamo.

Per questo il deserto, quello vero, ci colma, ci riempie.

Nel vuoto esteriore impariamo a riempire quello interiore.

Per trovarci dobbiamo abbandonarci al deserto, smettere di chiedere per iniziare a trovare.

Il deserto è dentro di noi finché non lo incontriamo fuori e decidiamo di trasformare quello dentro di noi in un giardino fiorito.

Di sogni, di ricordi e altri perdimenti


La luce rallenta e si gonfia trapassando i veli d’organza, rotolando scomposta sul nudo della tua pelle.

Ne seguo l’ordito cercando di intuirne il genio, come quando confuso tenti comprensione di fronte al drago di carta ripiegata.

Origami.

Di carta e non.

Quante cose vorrei spiegarti, quante vorrei tu già sapessi, senza bisogno di parola.

Di quanti intrecci sovrapposti son fatte le nostre vite.

Ma tu dormi, cheta e placida, mentre io da lungi ti spero e rubo a delinquere ricordi di te.

Volgi il labbro appena imbronciato al mio sguardo e il tuo volto mostra nuove prospettive.

Come una corolla sbocci rivelando la trama sensuale del tuo corpo languido. 

Immagino il profumo di fresia selvatica che ti avvolge e si espande al tepore del meriggio.


Lei si gira e si rigira attorcigliandosi il lenzuolo tra le gambe: ultimamente le capita di fare incubi e dimenarsi nel letto per tutta la notte divisa tra  desideri e mancanze. Si sveglia di soprassalto tutta sudata. 

Il cinguettio degli uccelli che entra dalla finestra la esorta ad alzarsi.

Si incammina malferma verso una calda doccia profumata.   

L’acqua le scivola addosso togliendole l’umido di una lunga notte agitata e lavandole la mente da pensieri surreali. 

“Sono proprio io?” si domanda. Gli intrighi che le scorrono come immagini al rallentatore le sembrano frutto di qualcun altro. Si guarda allo specchio scrutando nel profondo dei propri occhi cercando conferme; o smentite. 

È avvolta in un sottile telo color del sole che le aderisce al corpo disegnandone ogni tratto.

Mentre è in camera da letto per vestirsi, per un attimo avverte come una presenza, qualcuno che la osserva. Si volta repentina verso la finestra in preda al dubbio di essere vista: nessuno. Che strana sensazione!

Chiude l’ultimo bottone della camicetta di seta bianca e indossa il suo braccialetto di cuoio preferito. Quasi lo accarezza prima di chiuderlo al polso.

Prende due bicchieri di acqua e li mette a bollire nella pentola. Nel frattempo ha riempito un bicchiere di cenere: la aggiungerà all’acqua bollente e aspetterà un paio di ore per filtrarla e ricavarne la liscivia.

La prepara abitualmente, come faceva sua nonna, e ogni volta il pensiero segue le tracce del loro vissuto. 

Si affaccia sul balcone per assorbire un po’ di energia solare: chiude gli occhi col volto rivolto al sole e sente la luce e il calore che la invadono. Pochi istanti, poi riapre gli occhi e fa il giro di ricognizione tra il suo giardino verticale: tulipani, roselline, aloe, asparagi, fragole; c’è un po’ di tutto. Improvvisamente si ricorda che doveva terminare quella ricerca sulla biodiversità, così corre al pc per collegarsi al portale “Prodromo della vegetazione italiana”.


Ambrogio osserva la signora: è molto bella e sofisticata e sensuale e così maledettamente idiota.

Un tempo, le avrebbe suscitato pensieri voraci, ma da allora, fortunatamente era cresciuto ed era felice del rapporto con suo marito… anzi no: compagno, in quello sciocco paese retrogrado i matrimoni tra persone dello stesso sesso non erano riconosciuti.

Un popolo che pensa di normare i sentimenti è un popolo arido, morto, che si attacca a slogan senza mai fare lo sforzo di viverli.

Ma sì. Niente di nuovo sotto il vecchio sole che in questi paraggi scalda la testa ma non l’intelletto.

Prendiamo lei: così tronfia di insoddisfazione e ricordi di tempi andati, da non riuscire a guardare al presente, a ciò che le si offre, sempre alla ricerca di ciò che manca senza accogliere ciò che giunge.

Ambrogio inizia a spazzare l’inguacchio di terriccio lasciato dalle poche capacità giardiniere della signora; con la scopa, rigorosamente in saggina, come faceva la bis trisavola da parte di padre della padrona.

E che dire di quel pudico guardone? Innamorato perso che la osserva quasi ogni giorno, ma distoglie lo sguardo dalla sua nudità vera; le avrà mai visto un seno? Almeno per sbaglio?

Ambrogio non crede.

Due vite che scivolano come sabbia in una clessidra forata, lei persa nel passato, lui perso in un futuro che non ha il coraggio di afferrare.

Vorrebbe compatirli, provare un sentimento, ma la realtà è che gli sono indifferenti: non lo tangono.

Mentre si cambia, si chiede se sia colpa degli anni, delle esperienze o di chissà che altro.

Gli fa paura questa insensibilità, questo non provare; ha paura di diventare come tutti gli altri: una voce dietro uno slogan e nient’altro.

Poi giunge a casa, Roberto lo abbraccia; non lo fa sempre, ma nella giusta quantità perché non si crei mancanza né assuefazione.

E in quell’abbraccio capisce, o meglio ricorda, che non è aridità la sua, ma la semplice serenità di chi un posto nel mondo l’ha trovato: non puoi salvare chi non si vuole salvare; inutile piangere su di loro.


Composto in collaborazione con Virtuosamente.

Stella di ringhiera


Corro, fuori dalla domestica galera,
corro e mi disseto con i sorrisi
della bianca stella di ringhiera,
profumi tronfi e bonari incisi
nel ricordo: salvacondotto alla melanconia
del dopo. Corro in contro al meriggio
del bosco campestre cercando sintonia
tra l’arranco fiacco e’l capriccio
dell’anima che nuovamente vuole
volare sopra volti, tetti e aiuole.


P.S.
La stella di ringhiera, è il gelsomino delle azzorre.

Una notte dissennata


Prendendo per levante, passando per il ponte di Carlo, si giunge alle dimore degli assassini di dio.

Diffidenti, falsi, ladri e ingordi, ti accolgono con ampi sorrisi mentre soppesano l’equivalente in oro delle libbre del tuo cuore.

Ma potresti non accorgertene, vagando spensierato nel vociare gaudente di un giorno assolato, o rapito dal tetro romanticismo piovano.

Di giorno, potresti non notare, o scambiare per singolare deferenza, il vuoto silenzio del camposanto di quartiere.

E altro non vedresti, perché di notte non ci si avventura nello Josèfov e di giorno ti sa irretire.

La sorte mia avversa, di cui non dirò, mi trascinò mio malgrado durante la sciagurata notte del settimo plenilunio nel più inumano tra i siti di quel maledetto luogo: il nichilente cimitero.

Vidi allora, con il collo scosso dal martellare del sangue, nascosto in un’edicola funebre, l’impensabile.

Giunsero, avvolti in lunghe cappe nere, 12 figuri, lugubri ed emaciati, da sotto il cappuccio spuntavano solo la punta del naso e del mento, entrambi affilati per lo più. Di alcuni indovinai una barba corta e pettinata.

Si disposero a cerchio intorno ad una tomba abbandonata da cui sorgeva un tentacolare olmo.

Uno di loro si mosse e tracciò con della polvere, forse gesso, quello che mi parve un pentacolo.

Finito che ebbe, tornò al suo posto e con gli altri iniziò a salmodiare in una lingua che non intesi.

Il tono saliva e si abbassava, ora stridulo e fine, ora ampio e profondo.

Non so dire quanto durò, non riuscivo a muovere un muscolo, certo che la mia vita non avrebbe valso un fondo di tabacco; tuttavia doveva avere un senso e un fine, perché d’improvviso cessò.

Quando osservai di nuovo la scena un tredicesimo individuo si era unito.

Si posizionò al centro e slacciatosi il mantello rivelò una tonaca rosso sangue; da sotto il cappuccio li guardava e dominava con occhi abbacinanti.

Li interrogò con un gesto del capo uno ad uno, e uno ad uno raccontarono l’avanzamento dei loro progetti nefasti.

Nulla sembrava lasciato al caso, sebbene non compresi tutto, capii che ogni singolo stato era coinvolto, o lo sarebbe stato in breve una volta che il loro esecrabile piano fosse stato messo in atto.

Nulla si sarebbe salvato, tutta l’Europa e financo l’Asia e le Americhe sarebbero cadute…


Tutto questo potrebbe ricordarti qualcosa, il gioco è proprio capire cosa!

Di sistemi politici e di filosfi


Riporto qui una ricostruzione quanto più fedele di un bellissimo scambio avuto con un utente su Quora.

Al fine dell’articolo riformulo il quesito originario e taglio la risposta limitandomi a ciò che ha fatto scaturire il confronto.

La risposta originaria è leggibile direttamente su Quora.

Il post sarà lunghetto ed è costituito dal dialogo tra me (in rosso) e l’altro utente (in blu).

Quesito: Se un filosofo si schiera politicamente è incoerente?

[..] Ciò nonostante, lo spirito della domanda è interessante: può un filosofo fare politica, restando filosofo? Può schierarsi a favore di un’ideologia politica?

Queste domande attraversano la storia del pensiero fin dall’allegoria della Caverna. Qual’è il senso dell’ultimo passaggio di questa allegoria? Forse è proprio questo : dopo aver contemplato le Idee, può il filosofo tornare a “sporcarsi le mani” con la politica? Non ci sarà sempre uno scarto tra l’Idea contemplata e la realtà della polis?

Fuor di metafora, il problema è relativo allo schierarsi del filosofo: l’esercizio del pensiero dovrebbe apprendere, a quest’ultimo, a prendere delle distanze da ogni posizione politica. Ognuna di queste posizioni si inscrive, di fatto, in tesi più ampie, e in più vaste opposizioni tetiche e concettuali. Ora, il filosofo dovrebbe sapere che tutte le tesi – e tutte le argomentazioni che le giustificano – hanno i loro vantaggi e i loro punti deboli. Schierarsi in favore di una posizione politica, significa ignorare deliberatamente quei punti deboli – il che è piuttosto problematico per un filosofo. Inoltre, il filosofo dovrebbe cercare di ragionare senza preconcetti; ma l’adesione a un partito politico, o a un’ideologia politica, implica l’accettazione di certi preconcetti.

D’altro canto, tirarsi fuori dalla politica significa – mi pare- tradire lo spirito della filosofia stessa: a cosa servirebbe la riflessione filosofica, se non ambisse a avere un qualche impatto sulla vita in comune degli esseri umani? O magari il filosofo dovrebbe relegare la sua riflessione a temi che non implicano la vita politica (l’epistemologia della matematica, per esempio; o la teoretica pura). Ma chi glielo ordina ? Il rischio è quello di chiudersi in una torre d’avorio, e rinunciare a qualsiasi tentativo di cambiare le cose. Il che, tra l’altro, non manca di avere delle risonanze già politiche: un’accettazione conservatrice dello status quo.

Per ritornare alla domanda, risponderei cosi : in realtà, lo schierarsi del filosofo in politica è esso stesso un problema filosofico. Poiché ogni problema filosofico oppone due o più tesi argomentabili, voilà come appare il problema:

  1. Il filosofo non puo e non deve schierarsi politicamente ; in effetti, ogni posizione politica si inscrive in tesi più ampie – tesi di cui il filosofo dovrebbe conoscere, non soltanto i pregi, ma anche i punti deboli. Il ruolo del filosofo implicherebbe, quindi, una sorta di equidistanza rispetto ai vari schieramenti politici. Difetto di questa tesi : rischio di chiudersi in una torre d’avorio, e di rinunciare a qualsiasi tentativo di cambiare le cose.
  2. Il filosofo puo e deve schierarsi politicamente ; in effetti, la riflessione filosofica mira ad avere un qualche impatto sulla vita in comune degli esseri umani. Filosofare, significa anche voler cambiare le cose, e l’inazione finisce spesso per coincidere con il conservatorismo. Difetto di questa tesi : rischio di incoerenza rispetto al ruolo stesso del filosofo; necessaria adesione a presupposti.

Voilà.

[..]ho una domanda/approfondimento.

Mi pare che possiamo ormai asserire che una ideologia (qualunque essa sia) è irrealizzabile e qualunque tentativo porti a degenerazione, per varie cause ma che in poche parole possiamo sintetizzare con “natura umana”, cioè non siamo dei robot e ognuno si muove in maniera diversa con la comprensione che ha del mondo, anche qualora si abbracci la stessa ideologia della classe politica.

C’è un parallelo che osserva i sistemi di governo (cioè l’implementazione di una ideologia) dal punto di vista della teoria dei giochi.

In questo contesto appare evidente che il comunismo “aulico”, che può essere riassunto con “ognuno fa il meglio per sé e per la società, demandando ad un governo centrale le iniziative per accrescere il potenziale e il soddisfacimento di tutti e della società”, fallisca per mancanza di regole implementative chiare: è tutto molto bello ma nebuloso.

Viceversa il capitalismo, che in poche parole dice “vince chi ha di più (soldi), allo stato il compito di governare e modificare le regole condivise”, per quanto triviale offre un sistema di gioco molto semplice ed efficiente su cui è facile aggiungere “espansioni” quali la sostenibilità. lo stato sociale, l’imprenditoria eccetera.

Se si accetta questo parallelo (ma anche le valutazioni di politica economica) il fare politica diventa una attività diversa dal fare filosofia e quindi il paradosso si scioglie perché nulla vieta ad un individuo di esercitare due attività: forse che un cantante non possa essere anche pittore o matematico o politico?

Cosa ne pensi?

Allora, direi che è molto interessante questo parallelo, ma non sono sicuro di capirne lo scopo.

In pratica, ciò che proponi sarebbe di scindere filosofia e politica, considerando la seconda come una pura tecnica retta da principi di efficienza; praticare questa tecnica nei limiti di un sistema di produzione capitalista (il solo che, tenendo conto del modello tratto dalla teoria dei giochi, sarebbe ottimale).

Ho capito bene?

Se sì, personalmente avrei qualche obiezione.

Rispondo per punti:

  1. sì sulla scissione, no sul “solo da principi di efficienza”, gli ideali non sono da deprecare, tuttavia un ideale senza uno scarico pratico è un ideale inutile (nel senso di non usabile). Il nostro corpus normativo, se guardiamo a costituzione e norme generali è un esempio (mooooooolto migliorabile) di come si può tradurre un ideale in qualcosa di concreto (può essere che serva sviscerare cosa intendo per migliorabile se scendiamo nei dettagli)
  2. no assolutamente. Intendo: il praticare questa tecnica all’interno di un sistema che abbia regole fondanti semplici (non più di 5 di solito) e un insieme di regole a corollario chiare, condivise, non cavillose. Il capitalismo è solo un esempio di come un ideale mal messo funzioni meglio ai fini pratici (che già chiamarlo ideale è un po’ una forzatura).

[..]

[..]

  1. Questo punto mi pare contraddittorio: tu dici “no sul ‘solo da principi di efficienza’”, poi dici che il principio di selezione degli ideali è quello dell’utilità e dell’usabilità. Ora, mi pare che in questo contesto, utilità, usabilità ed efficienza facciano tutti parte dello stesso campo semantico: è utile/usabile/efficace ciò che può essere un mezzo adeguato per pervenire a un fine preciso. Quindi, dati questi presupposti, mi pare che la politica resti una tecnica basata su soli principi di efficienza.
  2. Questo punto mi è più chiaro. Ma non capisco perché il capitalismo dovrebbe funzionare meglio ai fini pratici: perché ha poche e semplici regole fondanti?
Ok parliamo di gerarchie normative 🙂

L’assioma fondante è: in un contesto pratico, qualunque idea è inutile se non è implementabile nel contesto di riferimento.

E fin qui hai ragione.

Ma, e questo è il punto fondamentale, l’assioma non mira ad escludere gli ideali, al contrario, richiede solo di coniugarli in azioni concrete.

Facciamo un esempio: la fiducia.

Questo è un elemento importante con svariate applicazioni anche pratiche, Tuttavia le norme, per quanto la prevedano, non la tutelano, perché è pressoché impossibile farlo.

Allora va esclusa? Non è detto.

In questo caso occorre lavorare sulla cultura, in modo che la famosa “stretta di mano” si trasformi in un’abitudine dallo stesso significato ma verificabile.

All’atto pratico conosco alcuni esempi, ma sono partiti tutti dal rimuovere l’accordo verbale, lasciando poi che si “generasse” una nuova consuetudine.

Per esempio la Apache Foundation ha una semplice regola: “ciò che non è discusso nella MailingList non esiste”, non può essere preso in considerazione. Questo non ha eliminato l’accordo verbale tra sviluppatori, ma li ha forzati a riportare la loro discussione entro il canale ufficiale una volta chiaritisi.

Quindi l’ideale rimane e ha una implementazione concreta.

[“Gerarchie normative” è termine che indica la struttura piramidale che parte dai principi fondati (ideali e simbolici) e poi si struttura a discesa in norme e regole (ci sarebbe da dettagliare meglio i passaggi ma non credo serva). Il punto è che, essendo gerarchica, una regola di livello 4 non può contraddirne una di livello 3, il che conduce alla necessità di introdurre una interpretazione autentica qualora la regola di livello 4 debba normare un caso speicale [che va] in apparente contraddizione (che deve essere chiarita nella interpretazione).]

Sul capitalismo: sì essenzialmente perché le regole sono più chiare, per cui è palese e verificabile lo scopo del gioco e ognuno può valutare il proprio livello di successo.

Allora, mi pare di aver capito, ma ho ancora dei dubbi:

  1. Tu insisti sul fatto che gli ideali non siano da escludere. Ma non mi pare che questo fosse l’oggetto del dibattito: inizialmente, ho detto che, nel modello da te proposto, la politica sarebbe une tecnica retta da soli principi di efficienza. Questo NON esclude a priori gli ideali; ma esclude gli ideali giudicati inutili – ossia, come dici tu, quelli non implementabili nel contesto di riferimento. Quindi, è pur sempre un principio di efficienza che regge tutto il modello. Per riassumere: tu hai contestato l’idea che fosse un principio di efficienza a reggere il modello di “politica” da te proposto; per far ciò, hai mostrato che gli ideali non sarebbero esclusi dal modello. Ma la questione non è tanto la presenza o l’assenza di ideali, quanto la norma alla quale questi ideali devono gerarchicamente sottostare per essere ammessi: ora, questa norma continua a essere quella dell’efficienza.
  2. Detto ciò, mi chiedo: quali criteri determinano se un ideale sia, o no, implementabile nel contesto di riferimento? E soprattutto: la non-implementabilità di un ideale nel contesto di riferimento non potrebbe condurre, appunto, a una rimessa in causa del contesto di riferimento stesso? Prendiamo l’ideale Y (mettiamo, “pari diritti”); a prima vista, questo ideale non sembra implementabile nel sistema di riferimento X. Eppure c’è chi potrebbe obiettare: bene, ma appunto il problema è il sistema di riferimento X. Occorre quindi cambiare il sistema di riferimento X, per poter implementare l’ideale Y.
  3. Questo mi porta a dire che il ragionamento basato sul contesto di riferimento è già “politicamente connotato”, e tende verso un certo conservatorismo – poiché, appunto, il criterio per determinare l’ideale implementabile è il sistema di riferimento, che si suppone invariato e invariante.
Per punti:

  1. Sì corretto, volevo solo sgomberare il campo da eventuali equivoci.
  2. Formalmente il tema che porti è corretto, ma nella pratica si può semplificare
  3. poiché il contesto non è inteso come sistema di riferimento (comunismo, capitalismo ecc), ma “la gestione della cosa pubblica” quindi se vuoi un metacontesto o metamodello.

Ovviamente (e torno al punto 2) si può opinare che occorre capire cosa entra nella gestione della cosa pubblica e cosa no. Ma anche questo aspetto è parte degli interessi che il metamodello contempla.

Ne consegue che un modello reale che non abbia un meccanismo di valutazione di cosa è “cosa pubblica e cosa no” è un modello scarso.

Tuttavia, l’implementazione [..] del metamodello in un modello (contesto) concreto è atto in sé politico (come ogni atto umano del resto), su questo hai ragione.

Non a caso parlo di validità dei modelli e lo faccio valutandone le performance pratiche (un po’ ricalco Popper, però insomma è solo una suggestione).

Il fatto che il modello sia conservativo o meno dipende dalla sua implementazione (beh un po’ tutti lo sono, si può anche chiamare burocrazia).

Però attenzione, il fatto che un modello non sia in grado di accettare (assorbire) un ideale indica solo che il modello è lacunoso, non inficia la validità dell’ideale.

Se da un lato gli ideali devono essere coniugati operativamente, il modello deve consentire che siano coniugati.

La capacità di assorbire un nuovo ideale, è intimamente connessa alla vitalità e quindi all’abilità di adattamento del modello stesso.

Ok ho afferrato.

Quindi sarebbe cosi’, secondo un ordine gerarchico:

  1. Metamodello : gestione della cosa pubblica
  2. Modello : capitalismo/comunismo/altre opzioni

Ma la cosa che mi sfugge, in questo schema, è il suo fine ultimo: inizialmente, credevo che il fine fosse quello di espungere il più possibile delle “considerazioni di valore” dal campo politico – attraverso una formalizzazione che le sostituisca con considerazioni di tipo prettamente “funzionale”. Solo in tal modo, in effetti, tutto il ragionamento – dall’inizio alla fine – permetterebbe di ben distinguere il mestiere di filosofo e il mestiere di politico.

Ma, mi sembra, il risultato è piuttosto un altro: tu proponi una formalizzazione che permette di cogliere le relazioni tra le varie entità e norme nel modello e metamodello; proponi inoltre dei criteri per valutare la robustezza del modello. Se ho ben capito, ciò che tu proponi è pura FORMA: i CONTENUTI sono assenti.

Il problema è proprio questo: i CONTENUTI implicano delle considerazioni di valore, e il quadro che proponi potrebbe funzionare con i contenuti più diversi, e dar luogo a varie opzioni – tra le quali un modello comunista non sarebbe nemmeno da escludere.

E qui mi dirai: si’, ma appunto, il modello comunista funziona peggio, poiché i suoi CONTENUTI, troppo imprecisi, non si implementano correttamente nella FORMA. Il modello capitalista, invece, funziona meglio.

Se, fin qui, pensi che io abbia ragione, bisognerà allora spiegarmi meglio perché i contenuti del modello comunista sarebbero più imprecisi di quelli del modello capitalista.

Sì ma c’è un aspetto in cui non mi ritrovo.

Forma e contenuti non sono così distinguibili.

O meglio: io non parlo di forma fine a sé stessa, ma capacità di tradurre un contenuto in un’azione pratica.

Qui si distingue il politico dal filosofo (vabbè un po’ troppo semplicistica).

Intendo dire che nel fare politica occorre valutare la situazione contingente, nell’ambito di un contesto normativo e culturale (modello) ma anche economico (tempi e costi).

Al politico è chiesto di trovare soluzioni o costruire strategie (agire sulla cultura).

In questo senso l’attività è molto diversa.

Banalizzando (ma poi mica tanto) anni fa scherzavamo dicendo che invece di raccontarci slogan, i politici dovrebbero mostrare un businss plan e un business model a partire da dati economici (e non solo) comuni.

Ora quindi dove sta la distinzione? Non tanto nei contenuti che sono sempre presenti, ma nella finalità che i contenuti hanno (il che, citando per una volta a proposito Machiavelli, ne giustifica la scelta).

I contentui del modello comunista non sono più imprecisi, ma lo è la loro rappresentazione implementativa.

Faccio un esempio banale, ieri giocando a “saltimmente” esce la categoria “cose fredde”.

Sembra banale, ma cosa è una cosa fredda? Una cosa che abitualmente è in frigo è fredda? Una cosa che conduce il calore, per cui risulta fredda al tatto? Ecc.

Dire una “cosa fredda” è un contenuto, intuitivamente lo capiamo tutti, ma quando lo devi valutare in un contesto chiaro che non consenta sotterfugi (ok il gioco spinge anche per i sotterfugi) va descritta meglio.

[..]

Ok ora è tutto più chiaro.

E effettivamente Machiavelli non è citato a sproposito, poiché la frase “nel fare politica occorre valutare la situazione contingente, nell’ambito di un contesto normativo e culturale (modello) ma anche economico (tempi e costi)” è esattamente il sunto del pensiero dell’autore – almeno nel Principe.

Ed è vero che “I contenuti del modello comunista non sono più imprecisi, ma lo è la loro rappresentazione implementativa”: già in Marx vi sono alcune ambiguità nella realizzazione dell’ideale comunista nel reale – ambiguità che riposano, alla fine dei conti, sul fatto che Marx non ha mai esplicitato 1) chi fa la Rivoluzione: il Capitale o il Proletariato? 2) Come si passa dalla dittatura del proletariato al comunismo vero e proprio?

Ma, d’altro canto, alcune cose mi paiono ancora poco chiare:

  1. La rappresentazione implementativa del comunismo è ESSENZIALMENTE imprecisa, o solo ACCIDENTALMENTE? Da come la poni tu, sembra che essa lo sia essenzialmente; ora, si potrebbe pensare che tutta una serie di contingenze l’abbiano resa imprecisa nel passato, senza che ciò precluda la possibilità, in futuro, di precisare questa rappresentazione.
  2. È vero, come dicevi tu nel tuo primo commento, che nulla vieta a un cantante di essere anche un matematico. Ma qui le cose mi paiono un po’ diverse: consideriamo un cantante i cui testi inneggino all’amore della natura; ora lo stesso cantante è l’azionario più importante dell’impresa più inquinante d’Europa. Ciò lo screditerebbe non poco mi pare; lo si accuserebbe di incoerenza. Ora, prendiamo il filosofo schierato in politica (quello del secondo volet del problema che avevo rilevato nella risposta): se prende partito per una certa ideologia politica, e se le esigenze del suo business plan lo portano, sul piano politico, a fare l’inverso di questa ideologia, non perderà, anche lui, ogni credito (almeno in quanto filosofo)? Prendiamo adesso un filosofo che non si schieri per alcuna parte politica: almeno non correrà i rischi di incoerenza del suo compare. Ma questo rifiuto della politica non sarà, pure lui, condannabile?

In pratica: a me pare che, da qualsiasi lato si guardi la cosa, il problema del filosofo schierato si ripresenti sempre, con i suoi due volets irriducibili.

=1=

Dunque, il comunismo è essenzialmente impreciso, ma è colpa di Marx che ha mischiato idee, ideologie e ipotesi implementative tutto insieme.

Se facciamo opera di separazione potremmo riassumere dicendo che: la morale è più o meno la stessa della maggiori religioni dell’epoca (dio a parte), ci aggiunge il concetto che il metro di uguaglianza è il valore economico (in teoria destinato a evolvere in forme diverse dal denaro).

Partendo da questi infrastruttura ideologica (che ho riassunto troppo, lo so, ma tanto per capirci) beh allora l’implementazione del comunismo è imprecisa accidentalmente; assolutamente accidentalmente.

=2=

Almeno l’incoerenza fosse perseguibile…!

Scherzi a parte, il cantante che proponi è un caso limite (anche se in altri stati un’incoerenza morale costituisce un danno reputazionale molto grave).

Però il rischio di “conflitto di interesse” permane in ogni caso, epperò non vi è certezza, qui il mio pensiero diverge: dipende come la persona affronta la cosa (e anche come il modello la affronta!).

Cioè i due punti iniziali si ripropongono sempre ma non sono uno dei due possibili esiti, ma solo due problemi da risolvere.

In realtà manca un aspetto che a questo livello di analisi non è più omissibile: l’amministrazione di uno stato, l’indirizzo di governo, è una attività con molti vincoli e deve avere uno realizzazione pratica, e tutto ciò consente per lo più di distinguere facilmente i due ruoli (belli i sogni ma si mangia con i soldi che si ha in tasca); tuttavia nell’indirizzo culturale, nella visione “strategica” o “creativa” del futuro di un popolo i ruoli si confondono e in questo esercizio non è ammissibile nessuna incoerenza tra i due (tuttavia è richiesto, di nuovo, di saper immaginare anche l’implementazione pratica).

In quest’ultimo aspetto i tuoi 2 volet sono sì uno stato finale, ciò non di meno mi pare sia l’attività più eminentemente filosofica della politca.

Ok ho capito.

Praticamente, tu scindi il problema per ottenere un risultato basato, non più sulla figura del filosofo engagé, ma sul tipo di indirizzo in sé.

Indirizzo di governo (filosofo/politico): ⇒ qui è più facile distinguere i due, sapendo che si daranno per scontate le esigenze di governo, e i compromessi che il filosofo deve affrontare in quando governante.

Indirizzo culturale (filosofo – politico): ⇒ qui invece dev’esserci continuità tra le due figure, nel senso che, in quanto “agente culturale”, il filosofo è chiamato alla coerenza rispetto alle scelte politiche, e il politico, rispetto alle posizioni filosofiche.

Ho capito bene?

Esatto

Mi pare che sia una buona maniera di prendere il problema allora 🙂

Aspettate a donare il sangue!!


Sì, lo so, i media dicono altro.

Sono appena stato a donare (Avis di Novara), il medico che mi ha fatto la visita preliminare mi ha ha fatto notare che in realtà non era il momento migliore per donare.

Poiché le sale operatorie sono a ritmo ridotto, anche l’uso di sangue è ridotto (si usa, ma meno del solito).

Il vero boom di sangue ci sarà quando riaprono le sale operatorie: meglio allora conservarlo per un mesetto.

Non so nelle altre zone quale sia la situazione, quindi il consiglio è semplicemente di chiamare e informarsi.

Consiglio aggiuntivo: chiedi espressamente se il tuo sangue serve ora o è meglio attendere.

Ah, tra l’altro, non viene effettuato il tampone prima della donazione, ti provano la febbre, questo sì, ma niente tampone (beh mi pareva strano visto il costo e i tempi di gestione).

Se hai notizie diverse o un link dove vengono raggruppate segnalamelo nei commenti!

E se puoi diffondi l’avvertimento!

Ascesa al monte di bo


Cullato dai monti di fiamma
ripercorro l’avventura appena trascorsa:

Oggi è stata affilata.
Sole, silenzio e neve,
ferma nella forma del vento,
ci guardava perder dietro
ai passi pelle vecchia, pesi e patemi.

Fatica a salire, aggrappati in discesa
abbiamo sorriso alla vertigine
che ammiccava di fianco.

la vita ti bastona per disperazione


Qualche giorno fa ho letto un post di fine anno.

Hai presenti quelli dove uno fa il bilancio dell’ultima trottolata intorno al Sole?

Quelli dove poi tanto non hai combinato nulla di che, ma a seconda del bicchiere diventano fantasmagorici o deprimenti?

Ecco quelli.

Peccato che questo era serio.

Sì, insomma, Pierignolo (nome di fantasia) ha avuto un anno interessante, un anno in cui sono successe un sacco di cose.

Tra strali e catarsi una piccola rivoluzione, cui fa da chiosa una sua incitazione, che più o meno recitava così:

Amala la vita, per quanto ti colpisca forte, tu amala lo stesso, non c’è altro modo di sentirsi vivi.

Ora ci sono po’ di sensi qui dentro (che magari non si colgono bene, l’articolo era più lungo):

  1. Se piangi, piangi solo
  2. Se ridi, ridi in gruppo
  3. Non può piovere per sempre (citazione talmente ovvia che non la metto)
  4. Tutti possono vedere un’alba in montagna dal televisore, ma viverla è diverso
  5. La vita ti colpisce duro ma tu non ti arrendere
  6. Eccetera…

Bhe non male, no?

Insomma è uno a cui sono successe brutte cose e le ha sapute trasformare nell’occasione per crescere: applausi.

La vita a volte colpisce duro, c’è poco da fare, a volte capitano cose pazzesche: incidenti, recessioni, malattie, elezioni anticipate…

A volte capitano e non puoi nemmeno dare la colpa a nessuno… a volte.

A volte, invece puoi, specilamente a te stesso.

Eh, già, perché le sfighe vengon giù eh! Mica che no!

Ma mica sempre.

Cioè la vita di base ci vuole bene, all’inizio ce le dice con dolcezza le cose, usa libri, amici, film, canzoni, foto.

Insomma quando stiamo facendo un po’ di cagate, lei cerca di farci ravvedere.

Beh dal suo punto di vista, che non è proprio umano, lei vuole che noi cresciamo, che diventiamo belli e protagonisti delle nostre vite e della Vita più in generale.

Sì, ok, forse ha un po’ di interesse in tutto questo, ma fatto sta che la zia Vita (Vituzza per gli amici) è dotata di zoccoli e battipanni che manco cento madri incazzose reggono il confronto.

Zia Vituzza di base è dolce e amorevole, e non è che ha tutta sta voglia di stare lì a riprenderci, ma se gli girano i cinque secoli … altra citazione talmente ovvia che non mi spreco ad indicarla… dicevo se gli girano i cinque secoli ti dimostra che Lei con gli zoccoli è meglio di Robin Hood.

Poi dopo ti lamenti che ti capitano le cose brutte, sono magari sei anni che Zi’ Vituzza prova a dirti di cambiare un po’, ma te niente….

Eh, e poi ti lamenti.

Lo so che poi dopo quando ti prende sembra una sventola che manco Bud Spenser e Ken Shiro, però pure tu, stacci atteno a quel che dice Ziuzza cara.

Lei ci vuole bene, e tanto… Ma quando gli cascan le balle….

il pericolo dietro 1+1=2


Oggi mi sono imbattuto in una delle tante frasi ad effetto che girano per internet che più o meno recita così:

Sono in una fase della vita in cui non mi interessa parlare di argomenti inutili, per cui se mi dici che 1+1=5, ok hai ragione divertiti.

Che sembra una cosa ragionevole e di buon senso.

E però è un buon modo per farsi male.

Tutti sappiamo che 1+1=2 (normalmente è così almeno), ma non ho mai incontrato nessuno che mi venisse a dire che fa 5, salvo in contesti di matematica avanzata che adesso non ci interessano (anche se i social sono pieni di giochini del genere).

Ovviamente il senso della frase è diverso, infatti si parla di cose “inutili”, ma cosa è utile?

Se faccio un parallelo con la vita, quella di tutti i giorni, posso pensare che si intenda: “non voglio giri pindarici, voglio parlare di cose concrete e reali”.

1+1=2 è una cosa concreata e reale, penso saremo tutti d’accordo.

E però è anche semplice, quasi banale.

E qui sta il problema.

La vita non è mai semplice o banale: i populisti improntano i loro discorsi sul semplice (i discorsi di pancia), per questo sono pericolosi, perché non offrono mai soluzioni concrete: fermano un barcone perché è pieno di criminali, dicono, ma non fanno un piano di sovvenzioni per installare un sistema territoriale di allarmi domestici; non cambiano la legge sulla possibilità di visionare le telecamere; eccetera.

Non voglio proseguire parlando di politica, tanto non cambia molto, il problema vero è che non vengono offerte soluzioni, e che siamo messi talmente male che le soluzioni ci impiegherebbero 20 anni a sortire effetti…

No, voglio proseguire parlando del senso più profondo di tutta la frase; in essa traspare una sorta di delusione; forse un po’ di esperienze andate a finire male.

Ecco, per quel poco che ho capito, di solito questo succede per due ordini di motivi:

  1. troppe aspettative;
  2. poco ascolto di sé.

Le aspettative sono una brutta bestia, ne parlavo anche nell’Egoismo dell’amore; oltre ad essere una forma di maleducazione, ci fanno proiettare sull’altro i nostri desideri impedendoci di conoscerlo veramente (l’altro intendo).

Oltre al fatto che spesso i nostri desideri nascondono le nostre mancanze, per questo le cerchiamo negli altri.

E questo ci porta al secondo punto, non possiamo completarci con gli altri, dobbiamo farlo da soli e finché non siamo completi non saremo mai felici, né da soli, né con altri.

Per farlo dobbiamo farci domande, domande nuove: non funzionerà mai finché continuiamo a ripeterci quello che già sappiamo, che 1+1=2, che l’amore è semplice, che la vita è semplice, eccetera.

Non lo è, non lo è mai, cambiano le sfide, ma non l’essenza stessa della vita, che poi è anche la nostra: siamo tutto fuorché semplici!

Per questo siamo belli.

Ciance asincrone


Dunque… oggi ho letto un post, che parla di vocali di 10 minuti e dell’essere o sentirsi inopportuni, e l’ho anche commentato…

E il commento (che ora non ritrovo… uff), però, secondo me ci stava anche bene come articolo, e niente… eccolo qui.

Partiamo dal contesto Gina (nome di fantasia) ha l’abitudine di mandare vocali molto lunghi e un po’ arrembati, insomma senza organizzare prima il pensiero; ad un certo punto, i suoi amici le danno un riscontro che la fa sentire inopportuna e dispersiva, quasi invadente.

C’è poi chi dice che i vocali sono un modo fastidioso per non ammettere diritto di replica, chi dice che in fondo è normale usare vocali brevi, eccetera; insomma un sacco di opinioni.

Che sono interessanti, ma, proviamo a fare una riflessione.

I messaggi (di testo o vocali) sono un tipo di comunicazione asincrona: questo è il punto fondamentale.

Voglio dire che in una conversazione, ci sono due parti attive, l’altro può intervenire nel tuo discorso, può fermarti, chiedere di arrivare al sodo, di spiegare meglio, apportare il suo contributo eccetera.

Inoltre ci sono un certo numero di persone, che stereotipizzo con il nome “femmine“, che spesso amano cianciare.

La ciancia, lungi dall’essere un termine dispregiativo, è un tipo di conversazione in cui il contenuto non è importante, ma è importante la comunicazione paraverbale (toni, modi, ecc.) e non verbale (espressioni, postura, ecc.); insomma è il cosiddetto parlare di niente.

Ma allora che roba è questa ciancia? Beh è un rituale sociale, di impronta affettiva, che serve a stabilire o rinsaldare un rapporto (o contatto).

E come tale è una attività importante nella socialità.

Tuttavia succede che certi tipi di persone, che stereotipizzo come “maschi”, non siano molto avvezzi a questo genere di rituali: è una questione di forma mentis (e non strettamente legato al genere sessuale), ad alcuni non interessa.

Tuttavia, solitamente, se si trovano ad essere ingaggiati in una ciancia ascoltano in silenzio; sembra strano ma anche questa è una modalità che accetta l’altro e alla fine stabilisce il contatto.

Leggendo il post di Gina, mi pare che lei usasse i vocali come un modo per cianciare e questo crea un problema.

Usando una comunicazione asincrona, l’altro non è coinvolto, non è ingaggiato e lo strumento determina una aspettativa, per una volta lecita, che è in contrasto con l’utilizzo che ne fa Gina.

Sì perché i messaggi servono per dire cose brevi e semplici, se uno deve fare un discorso è meglio scrivere una mail o fare una telefonata o vedersi al bar.

Inoltre, per definizione, abbiamo una soglia di attenzione piuttosto bassa in generale e ancor di più nei confronti dei messaggi.

Quando leggiamo/ascoltiamo un messaggio, siamo nell’ordine di idee di fare una cosa veloce, spesso già 30 secondi sono troppi.

Detto questo, non sono sicuro che la mia riflessione si applichi perfettamente al caso di Gina, ma la riflessione sulla ciancia mi era piaciuta un bel po’ e niente… te l’ho raccontata.

Maschi e femmine


Tanto perché sono in vena di novità inizio anche una categoria: Glossario.

Dove con molta fantasia, scriverò post relativi a concetti che potrei richiamare in altri articoli

Allora qual’è la distinzione tra maschi e femmine?

In realtà non mi interessa, però mi interessa indicare quell’insieme di strutture mentali che solitamente definiamo come maschili e quelle che indichiamo come femminili.

Ogni persona ha entrambe le componenti, e secondo me dovrebbe anche farle sviluppare entrambe ed integrarle.

Ma in molti casi mi serve fare distinzioni in tal senso, sempre considerando che è una schematizzazione, uno stereotipo, non una classificazione di genere.

Estremizzo così ci intendiamo, credo che un buon genitore debba saper attingere agli stilemi della Madre e del Padre, ad entrambi.

Allo stesso tempo potrei aver bisogno di richiamarli separatamente, senza ogni volta ripetere tutto il concetto.

Per questo motivo, lo scrivo qui, ecco. Facile.

qual’è


La lingua evolve di suo, l’ho già scritto qualche anno fa.

Ma oggi faccio un passo in più, ci sono diverse correnti di pensiero riguardo a come debba intendersi oggi la corretta grammatica dell’italiano.

Ad ogni modo, più o meno funziona così: i parlanti o scriventi imparano delle regole, nel corso del tempo, queste possono cambiare.

Inizialmente il cambio di regole è un errore o una licenza, se però raggiunge una massa critica, dovrebbe venire recepito dalle grammatiche, e infine ratificato dall’Accademia della Crusca.

Il condizionale è d’obbligo perché in realtà la maggior parte dei linguisti che scrivono le grammatiche sono piuttosto conservatori e sono lenti ad accettare le modifiche.

È il caso di qual’è.

Sì, l’ho scritto con l’apostrofo, ci sono diversi motivi, come riportato da Giorgio nell’articolo di “Una Parola Al Giorno“, ma personalmente io do un’altra motivazione.

Se scriviamo “qual è” sono due parole e vanno pronunciate distinte e se lo scrivo staccato, voglio che il lettore lo pronunci staccato, perché viceversa il senso cambia o si smarrisce.

Prendiamo al frase: “un accadimento meraviglioso quale è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”.

Forse avrai già capito, di solito si usa il quale senza troncamento, tuttavia, con licenza potrei volerlo scrivere e pronunciare così: “un accadimento meraviglioso qual è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”.

Che mantiene il suo significato, donando una nota poetica.

Se però lo leggessi (come di solito si fa) unendo le parole: “un accadimento meraviglioso qual_è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”, il senso si fa impreciso, si perde l’enfasi.

E siamo quindi giunti al punto, secondo me fondamentale: la pronuncia legata va scritta con l’apostrofo qual’è, infatti in caso di elisione (cioè quando si toglie l’ultima vocale e si mette l’apostrofo) la pronuncia tiene l’accento tonico sulla parole che segue: “dall’altra” si pronuncia dallàltra; viceversa in caso di troncamento le due parole mantengono i loro accenti tonici indipendenti: esempio chiaro è “là quàl còsa”, dove “qual” mantiene il suo accento tonico (su “la” ho messo l’accento per evidenziare dove cade, ma è sempre l’articolo, non intendo la preposizione).

In conclusione se voglio ottenere la pronuncia unita “kualè”, scriverò “qual’è”, se voglio la pronuncia staccata “kual è” scriverò “qual è”.

Piuttosto facile no?

Spizzichi di colore e altre emergenze

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