Di sogni, di ricordi e altri perdimenti


La luce rallenta e si gonfia trapassando i veli d’organza, rotolando scomposta sul nudo della tua pelle.

Ne seguo l’ordito cercando di intuirne il genio, come quando confuso tenti comprensione di fronte al drago di carta ripiegata.

Origami.

Di carta e non.

Quante cose vorrei spiegarti, quante vorrei tu già sapessi, senza bisogno di parola.

Di quanti intrecci sovrapposti son fatte le nostre vite.

Ma tu dormi, cheta e placida, mentre io da lungi ti spero e rubo a delinquere ricordi di te.

Volgi il labbro appena imbronciato al mio sguardo e il tuo volto mostra nuove prospettive.

Come una corolla sbocci rivelando la trama sensuale del tuo corpo languido. 

Immagino il profumo di fresia selvatica che ti avvolge e si espande al tepore del meriggio.


Lei si gira e si rigira attorcigliandosi il lenzuolo tra le gambe: ultimamente le capita di fare incubi e dimenarsi nel letto per tutta la notte divisa tra  desideri e mancanze. Si sveglia di soprassalto tutta sudata. 

Il cinguettio degli uccelli che entra dalla finestra la esorta ad alzarsi.

Si incammina malferma verso una calda doccia profumata.   

L’acqua le scivola addosso togliendole l’umido di una lunga notte agitata e lavandole la mente da pensieri surreali. 

“Sono proprio io?” si domanda. Gli intrighi che le scorrono come immagini al rallentatore le sembrano frutto di qualcun altro. Si guarda allo specchio scrutando nel profondo dei propri occhi cercando conferme; o smentite. 

È avvolta in un sottile telo color del sole che le aderisce al corpo disegnandone ogni tratto.

Mentre è in camera da letto per vestirsi, per un attimo avverte come una presenza, qualcuno che la osserva. Si volta repentina verso la finestra in preda al dubbio di essere vista: nessuno. Che strana sensazione!

Chiude l’ultimo bottone della camicetta di seta bianca e indossa il suo braccialetto di cuoio preferito. Quasi lo accarezza prima di chiuderlo al polso.

Prende due bicchieri di acqua e li mette a bollire nella pentola. Nel frattempo ha riempito un bicchiere di cenere: la aggiungerà all’acqua bollente e aspetterà un paio di ore per filtrarla e ricavarne la liscivia.

La prepara abitualmente, come faceva sua nonna, e ogni volta il pensiero segue le tracce del loro vissuto. 

Si affaccia sul balcone per assorbire un po’ di energia solare: chiude gli occhi col volto rivolto al sole e sente la luce e il calore che la invadono. Pochi istanti, poi riapre gli occhi e fa il giro di ricognizione tra il suo giardino verticale: tulipani, roselline, aloe, asparagi, fragole; c’è un po’ di tutto. Improvvisamente si ricorda che doveva terminare quella ricerca sulla biodiversità, così corre al pc per collegarsi al portale “Prodromo della vegetazione italiana”.


Ambrogio osserva la signora: è molto bella e sofisticata e sensuale e così maledettamente idiota.

Un tempo, le avrebbe suscitato pensieri voraci, ma da allora, fortunatamente era cresciuto ed era felice del rapporto con suo marito… anzi no: compagno, in quello sciocco paese retrogrado i matrimoni tra persone dello stesso sesso non erano riconosciuti.

Un popolo che pensa di normare i sentimenti è un popolo arido, morto, che si attacca a slogan senza mai fare lo sforzo di viverli.

Ma sì. Niente di nuovo sotto il vecchio sole che in questi paraggi scalda la testa ma non l’intelletto.

Prendiamo lei: così tronfia di insoddisfazione e ricordi di tempi andati, da non riuscire a guardare al presente, a ciò che le si offre, sempre alla ricerca di ciò che manca senza accogliere ciò che giunge.

Ambrogio inizia a spazzare l’inguacchio di terriccio lasciato dalle poche capacità giardiniere della signora; con la scopa, rigorosamente in saggina, come faceva la bis trisavola da parte di padre della padrona.

E che dire di quel pudico guardone? Innamorato perso che la osserva quasi ogni giorno, ma distoglie lo sguardo dalla sua nudità vera; le avrà mai visto un seno? Almeno per sbaglio?

Ambrogio non crede.

Due vite che scivolano come sabbia in una clessidra forata, lei persa nel passato, lui perso in un futuro che non ha il coraggio di afferrare.

Vorrebbe compatirli, provare un sentimento, ma la realtà è che gli sono indifferenti: non lo tangono.

Mentre si cambia, si chiede se sia colpa degli anni, delle esperienze o di chissà che altro.

Gli fa paura questa insensibilità, questo non provare; ha paura di diventare come tutti gli altri: una voce dietro uno slogan e nient’altro.

Poi giunge a casa, Roberto lo abbraccia; non lo fa sempre, ma nella giusta quantità perché non si crei mancanza né assuefazione.

E in quell’abbraccio capisce, o meglio ricorda, che non è aridità la sua, ma la semplice serenità di chi un posto nel mondo l’ha trovato: non puoi salvare chi non si vuole salvare; inutile piangere su di loro.


Composto in collaborazione con Virtuosamente.

Stella di ringhiera


Corro, fuori dalla domestica galera,
corro e mi disseto con i sorrisi
della bianca stella di ringhiera,
profumi tronfi e bonari incisi
nel ricordo: salvacondotto alla melanconia
del dopo. Corro in contro al meriggio
del bosco campestre cercando sintonia
tra l’arranco fiacco e’l capriccio
dell’anima che nuovamente vuole
volare sopra volti, tetti e aiuole.


P.S.
La stella di ringhiera, è il gelsomino delle azzorre.

Una notte dissennata


Prendendo per levante, passando per il ponte di Carlo, si giunge alle dimore degli assassini di dio.

Diffidenti, falsi, ladri e ingordi, ti accolgono con ampi sorrisi mentre soppesano l’equivalente in oro delle libbre del tuo cuore.

Ma potresti non accorgertene, vagando spensierato nel vociare gaudente di un giorno assolato, o rapito dal tetro romanticismo piovano.

Di giorno, potresti non notare, o scambiare per singolare deferenza, il vuoto silenzio del camposanto di quartiere.

E altro non vedresti, perché di notte non ci si avventura nello Josèfov e di giorno ti sa irretire.

La sorte mia avversa, di cui non dirò, mi trascinò mio malgrado durante la sciagurata notte del settimo plenilunio nel più inumano tra i siti di quel maledetto luogo: il cimitero.

Vidi allora, con il collo scosso dal martellare del sangue, nascosto in un’edicola funebre, l’impensabile.

Giunsero avvolti in lunghe cappe nere 12 figuri, lugubri ed emaciati, da sotto il cappuccio spuntavano solo la punta del naso e del mento, entrambi affilati per lo più. Di alcuni indovinai una barba corta e pettinata.

Si disposero a cerchio intorno ad una tomba abbandonata da cui sorgeva un tentacolare olmo.

Uno di loro si mosse e tracciò con della polvere, forse gesso, quello che mi parve un pentacolo.

Finito che ebbe, tornò al suo posto e con gli altri iniziò a salmodiare in una lingua che non intesi.

Il tono saliva e si abbassava, ora stridulo e fine, ora ampio e profondo.

Non so dire quanto durò, non riuscivo a muovere un muscolo, certo che la mia vita non avrebbe valso un fondo di tabacco; tuttavia doveva avere un senso e un fine, perché d’improvviso cessò.

Quando osservai di nuovo la scena un tredicesimo individuo si era unito.

Si posizionò al centro e slacciatosi il mantello rivelò una tonaca rosso sangue; da sotto il cappuccio li guardava e dominava con occhi abbacinanti.

Li interrogò con un gesto del capo, uno ad uno, e uno ad uno raccontarono l’avanzamento dei loro progetti nefasti.

Nulla sembrava lasciato al caso, sebbene non compresi tutto, capii che ogni singolo stato era coinvolto o lo sarebbe stato in breve, una volta che il loro esecrabile piano fosse stato messo in atto.

Nulla si sarebbe salvato, tutta l’Europa e financo l’Asia e le Americhe sarebbero cadute…


Tutto questo potrebbe ricordarti qualcosa, il gioco è proprio capire cosa!

Di sistemi politici e di filosfi


Riporto qui una ricostruzione quanto più fedele di un bellissimo scambio avuto con un utente su Quora.

Al fine dell’articolo riformulo il quesito originario e taglio la risposta limitandomi a ciò che ha fatto scaturire il confronto.

La risposta originaria è leggibile direttamente su Quora.

Il post sarà lunghetto ed è costituito dal dialogo tra me (in rosso) e l’altro utente (in blu).

Quesito: Se un filosofo si schiera politicamente è incoerente?

[..] Ciò nonostante, lo spirito della domanda è interessante: può un filosofo fare politica, restando filosofo? Può schierarsi a favore di un’ideologia politica?

Queste domande attraversano la storia del pensiero fin dall’allegoria della Caverna. Qual’è il senso dell’ultimo passaggio di questa allegoria? Forse è proprio questo : dopo aver contemplato le Idee, può il filosofo tornare a “sporcarsi le mani” con la politica? Non ci sarà sempre uno scarto tra l’Idea contemplata e la realtà della polis?

Fuor di metafora, il problema è relativo allo schierarsi del filosofo: l’esercizio del pensiero dovrebbe apprendere, a quest’ultimo, a prendere delle distanze da ogni posizione politica. Ognuna di queste posizioni si inscrive, di fatto, in tesi più ampie, e in più vaste opposizioni tetiche e concettuali. Ora, il filosofo dovrebbe sapere che tutte le tesi – e tutte le argomentazioni che le giustificano – hanno i loro vantaggi e i loro punti deboli. Schierarsi in favore di una posizione politica, significa ignorare deliberatamente quei punti deboli – il che è piuttosto problematico per un filosofo. Inoltre, il filosofo dovrebbe cercare di ragionare senza preconcetti; ma l’adesione a un partito politico, o a un’ideologia politica, implica l’accettazione di certi preconcetti.

D’altro canto, tirarsi fuori dalla politica significa – mi pare- tradire lo spirito della filosofia stessa: a cosa servirebbe la riflessione filosofica, se non ambisse a avere un qualche impatto sulla vita in comune degli esseri umani? O magari il filosofo dovrebbe relegare la sua riflessione a temi che non implicano la vita politica (l’epistemologia della matematica, per esempio; o la teoretica pura). Ma chi glielo ordina ? Il rischio è quello di chiudersi in una torre d’avorio, e rinunciare a qualsiasi tentativo di cambiare le cose. Il che, tra l’altro, non manca di avere delle risonanze già politiche: un’accettazione conservatrice dello status quo.

Per ritornare alla domanda, risponderei cosi : in realtà, lo schierarsi del filosofo in politica è esso stesso un problema filosofico. Poiché ogni problema filosofico oppone due o più tesi argomentabili, voilà come appare il problema:

  1. Il filosofo non puo e non deve schierarsi politicamente ; in effetti, ogni posizione politica si inscrive in tesi più ampie – tesi di cui il filosofo dovrebbe conoscere, non soltanto i pregi, ma anche i punti deboli. Il ruolo del filosofo implicherebbe, quindi, una sorta di equidistanza rispetto ai vari schieramenti politici. Difetto di questa tesi : rischio di chiudersi in una torre d’avorio, e di rinunciare a qualsiasi tentativo di cambiare le cose.
  2. Il filosofo puo e deve schierarsi politicamente ; in effetti, la riflessione filosofica mira ad avere un qualche impatto sulla vita in comune degli esseri umani. Filosofare, significa anche voler cambiare le cose, e l’inazione finisce spesso per coincidere con il conservatorismo. Difetto di questa tesi : rischio di incoerenza rispetto al ruolo stesso del filosofo; necessaria adesione a presupposti.

Voilà.

[..]ho una domanda/approfondimento.

Mi pare che possiamo ormai asserire che una ideologia (qualunque essa sia) è irrealizzabile e qualunque tentativo porti a degenerazione, per varie cause ma che in poche parole possiamo sintetizzare con “natura umana”, cioè non siamo dei robot e ognuno si muove in maniera diversa con la comprensione che ha del mondo, anche qualora si abbracci la stessa ideologia della classe politica.

C’è un parallelo che osserva i sistemi di governo (cioè l’implementazione di una ideologia) dal punto di vista della teoria dei giochi.

In questo contesto appare evidente che il comunismo “aulico”, che può essere riassunto con “ognuno fa il meglio per sé e per la società, demandando ad un governo centrale le iniziative per accrescere il potenziale e il soddisfacimento di tutti e della società”, fallisca per mancanza di regole implementative chiare: è tutto molto bello ma nebuloso.

Viceversa il capitalismo, che in poche parole dice “vince chi ha di più (soldi), allo stato il compito di governare e modificare le regole condivise”, per quanto triviale offre un sistema di gioco molto semplice ed efficiente su cui è facile aggiungere “espansioni” quali la sostenibilità. lo stato sociale, l’imprenditoria eccetera.

Se si accetta questo parallelo (ma anche le valutazioni di politica economica) il fare politica diventa una attività diversa dal fare filosofia e quindi il paradosso si scioglie perché nulla vieta ad un individuo di esercitare due attività: forse che un cantante non possa essere anche pittore o matematico o politico?

Cosa ne pensi?

Allora, direi che è molto interessante questo parallelo, ma non sono sicuro di capirne lo scopo.

In pratica, ciò che proponi sarebbe di scindere filosofia e politica, considerando la seconda come una pura tecnica retta da principi di efficienza; praticare questa tecnica nei limiti di un sistema di produzione capitalista (il solo che, tenendo conto del modello tratto dalla teoria dei giochi, sarebbe ottimale).

Ho capito bene?

Se sì, personalmente avrei qualche obiezione.

Rispondo per punti:

  1. sì sulla scissione, no sul “solo da principi di efficienza”, gli ideali non sono da deprecare, tuttavia un ideale senza uno scarico pratico è un ideale inutile (nel senso di non usabile). Il nostro corpus normativo, se guardiamo a costituzione e norme generali è un esempio (mooooooolto migliorabile) di come si può tradurre un ideale in qualcosa di concreto (può essere che serva sviscerare cosa intendo per migliorabile se scendiamo nei dettagli)
  2. no assolutamente. Intendo: il praticare questa tecnica all’interno di un sistema che abbia regole fondanti semplici (non più di 5 di solito) e un insieme di regole a corollario chiare, condivise, non cavillose. Il capitalismo è solo un esempio di come un ideale mal messo funzioni meglio ai fini pratici (che già chiamarlo ideale è un po’ una forzatura).

[..]

[..]

  1. Questo punto mi pare contraddittorio: tu dici “no sul ‘solo da principi di efficienza’”, poi dici che il principio di selezione degli ideali è quello dell’utilità e dell’usabilità. Ora, mi pare che in questo contesto, utilità, usabilità ed efficienza facciano tutti parte dello stesso campo semantico: è utile/usabile/efficace ciò che può essere un mezzo adeguato per pervenire a un fine preciso. Quindi, dati questi presupposti, mi pare che la politica resti una tecnica basata su soli principi di efficienza.
  2. Questo punto mi è più chiaro. Ma non capisco perché il capitalismo dovrebbe funzionare meglio ai fini pratici: perché ha poche e semplici regole fondanti?
Ok parliamo di gerarchie normative 🙂

L’assioma fondante è: in un contesto pratico, qualunque idea è inutile se non è implementabile nel contesto di riferimento.

E fin qui hai ragione.

Ma, e questo è il punto fondamentale, l’assioma non mira ad escludere gli ideali, al contrario, richiede solo di coniugarli in azioni concrete.

Facciamo un esempio: la fiducia.

Questo è un elemento importante con svariate applicazioni anche pratiche, Tuttavia le norme, per quanto la prevedano, non la tutelano, perché è pressoché impossibile farlo.

Allora va esclusa? Non è detto.

In questo caso occorre lavorare sulla cultura, in modo che la famosa “stretta di mano” si trasformi in un’abitudine dallo stesso significato ma verificabile.

All’atto pratico conosco alcuni esempi, ma sono partiti tutti dal rimuovere l’accordo verbale, lasciando poi che si “generasse” una nuova consuetudine.

Per esempio la Apache Foundation ha una semplice regola: “ciò che non è discusso nella MailingList non esiste”, non può essere preso in considerazione. Questo non ha eliminato l’accordo verbale tra sviluppatori, ma li ha forzati a riportare la loro discussione entro il canale ufficiale una volta chiaritisi.

Quindi l’ideale rimane e ha una implementazione concreta.

[“Gerarchie normative” è termine che indica la struttura piramidale che parte dai principi fondati (ideali e simbolici) e poi si struttura a discesa in norme e regole (ci sarebbe da dettagliare meglio i passaggi ma non credo serva). Il punto è che, essendo gerarchica, una regola di livello 4 non può contraddirne una di livello 3, il che conduce alla necessità di introdurre una interpretazione autentica qualora la regola di livello 4 debba normare un caso speicale [che va] in apparente contraddizione (che deve essere chiarita nella interpretazione).]

Sul capitalismo: sì essenzialmente perché le regole sono più chiare, per cui è palese e verificabile lo scopo del gioco e ognuno può valutare il proprio livello di successo.

Allora, mi pare di aver capito, ma ho ancora dei dubbi:

  1. Tu insisti sul fatto che gli ideali non siano da escludere. Ma non mi pare che questo fosse l’oggetto del dibattito: inizialmente, ho detto che, nel modello da te proposto, la politica sarebbe une tecnica retta da soli principi di efficienza. Questo NON esclude a priori gli ideali; ma esclude gli ideali giudicati inutili – ossia, come dici tu, quelli non implementabili nel contesto di riferimento. Quindi, è pur sempre un principio di efficienza che regge tutto il modello. Per riassumere: tu hai contestato l’idea che fosse un principio di efficienza a reggere il modello di “politica” da te proposto; per far ciò, hai mostrato che gli ideali non sarebbero esclusi dal modello. Ma la questione non è tanto la presenza o l’assenza di ideali, quanto la norma alla quale questi ideali devono gerarchicamente sottostare per essere ammessi: ora, questa norma continua a essere quella dell’efficienza.
  2. Detto ciò, mi chiedo: quali criteri determinano se un ideale sia, o no, implementabile nel contesto di riferimento? E soprattutto: la non-implementabilità di un ideale nel contesto di riferimento non potrebbe condurre, appunto, a una rimessa in causa del contesto di riferimento stesso? Prendiamo l’ideale Y (mettiamo, “pari diritti”); a prima vista, questo ideale non sembra implementabile nel sistema di riferimento X. Eppure c’è chi potrebbe obiettare: bene, ma appunto il problema è il sistema di riferimento X. Occorre quindi cambiare il sistema di riferimento X, per poter implementare l’ideale Y.
  3. Questo mi porta a dire che il ragionamento basato sul contesto di riferimento è già “politicamente connotato”, e tende verso un certo conservatorismo – poiché, appunto, il criterio per determinare l’ideale implementabile è il sistema di riferimento, che si suppone invariato e invariante.
Per punti:

  1. Sì corretto, volevo solo sgomberare il campo da eventuali equivoci.
  2. Formalmente il tema che porti è corretto, ma nella pratica si può semplificare
  3. poiché il contesto non è inteso come sistema di riferimento (comunismo, capitalismo ecc), ma “la gestione della cosa pubblica” quindi se vuoi un metacontesto o metamodello.

Ovviamente (e torno al punto 2) si può opinare che occorre capire cosa entra nella gestione della cosa pubblica e cosa no. Ma anche questo aspetto è parte degli interessi che il metamodello contempla.

Ne consegue che un modello reale che non abbia un meccanismo di valutazione di cosa è “cosa pubblica e cosa no” è un modello scarso.

Tuttavia, l’implementazione [..] del metamodello in un modello (contesto) concreto è atto in sé politico (come ogni atto umano del resto), su questo hai ragione.

Non a caso parlo di validità dei modelli e lo faccio valutandone le performance pratiche (un po’ ricalco Popper, però insomma è solo una suggestione).

Il fatto che il modello sia conservativo o meno dipende dalla sua implementazione (beh un po’ tutti lo sono, si può anche chiamare burocrazia).

Però attenzione, il fatto che un modello non sia in grado di accettare (assorbire) un ideale indica solo che il modello è lacunoso, non inficia la validità dell’ideale.

Se da un lato gli ideali devono essere coniugati operativamente, il modello deve consentire che siano coniugati.

La capacità di assorbire un nuovo ideale, è intimamente connessa alla vitalità e quindi all’abilità di adattamento del modello stesso.

Ok ho afferrato.

Quindi sarebbe cosi’, secondo un ordine gerarchico:

  1. Metamodello : gestione della cosa pubblica
  2. Modello : capitalismo/comunismo/altre opzioni

Ma la cosa che mi sfugge, in questo schema, è il suo fine ultimo: inizialmente, credevo che il fine fosse quello di espungere il più possibile delle “considerazioni di valore” dal campo politico – attraverso una formalizzazione che le sostituisca con considerazioni di tipo prettamente “funzionale”. Solo in tal modo, in effetti, tutto il ragionamento – dall’inizio alla fine – permetterebbe di ben distinguere il mestiere di filosofo e il mestiere di politico.

Ma, mi sembra, il risultato è piuttosto un altro: tu proponi una formalizzazione che permette di cogliere le relazioni tra le varie entità e norme nel modello e metamodello; proponi inoltre dei criteri per valutare la robustezza del modello. Se ho ben capito, ciò che tu proponi è pura FORMA: i CONTENUTI sono assenti.

Il problema è proprio questo: i CONTENUTI implicano delle considerazioni di valore, e il quadro che proponi potrebbe funzionare con i contenuti più diversi, e dar luogo a varie opzioni – tra le quali un modello comunista non sarebbe nemmeno da escludere.

E qui mi dirai: si’, ma appunto, il modello comunista funziona peggio, poiché i suoi CONTENUTI, troppo imprecisi, non si implementano correttamente nella FORMA. Il modello capitalista, invece, funziona meglio.

Se, fin qui, pensi che io abbia ragione, bisognerà allora spiegarmi meglio perché i contenuti del modello comunista sarebbero più imprecisi di quelli del modello capitalista.

Sì ma c’è un aspetto in cui non mi ritrovo.

Forma e contenuti non sono così distinguibili.

O meglio: io non parlo di forma fine a sé stessa, ma capacità di tradurre un contenuto in un’azione pratica.

Qui si distingue il politico dal filosofo (vabbè un po’ troppo semplicistica).

Intendo dire che nel fare politica occorre valutare la situazione contingente, nell’ambito di un contesto normativo e culturale (modello) ma anche economico (tempi e costi).

Al politico è chiesto di trovare soluzioni o costruire strategie (agire sulla cultura).

In questo senso l’attività è molto diversa.

Banalizzando (ma poi mica tanto) anni fa scherzavamo dicendo che invece di raccontarci slogan, i politici dovrebbero mostrare un businss plan e un business model a partire da dati economici (e non solo) comuni.

Ora quindi dove sta la distinzione? Non tanto nei contenuti che sono sempre presenti, ma nella finalità che i contenuti hanno (il che, citando per una volta a proposito Machiavelli, ne giustifica la scelta).

I contentui del modello comunista non sono più imprecisi, ma lo è la loro rappresentazione implementativa.

Faccio un esempio banale, ieri giocando a “saltimmente” esce la categoria “cose fredde”.

Sembra banale, ma cosa è una cosa fredda? Una cosa che abitualmente è in frigo è fredda? Una cosa che conduce il calore, per cui risulta fredda al tatto? Ecc.

Dire una “cosa fredda” è un contenuto, intuitivamente lo capiamo tutti, ma quando lo devi valutare in un contesto chiaro che non consenta sotterfugi (ok il gioco spinge anche per i sotterfugi) va descritta meglio.

[..]

Ok ora è tutto più chiaro.

E effettivamente Machiavelli non è citato a sproposito, poiché la frase “nel fare politica occorre valutare la situazione contingente, nell’ambito di un contesto normativo e culturale (modello) ma anche economico (tempi e costi)” è esattamente il sunto del pensiero dell’autore – almeno nel Principe.

Ed è vero che “I contenuti del modello comunista non sono più imprecisi, ma lo è la loro rappresentazione implementativa”: già in Marx vi sono alcune ambiguità nella realizzazione dell’ideale comunista nel reale – ambiguità che riposano, alla fine dei conti, sul fatto che Marx non ha mai esplicitato 1) chi fa la Rivoluzione: il Capitale o il Proletariato? 2) Come si passa dalla dittatura del proletariato al comunismo vero e proprio?

Ma, d’altro canto, alcune cose mi paiono ancora poco chiare:

  1. La rappresentazione implementativa del comunismo è ESSENZIALMENTE imprecisa, o solo ACCIDENTALMENTE? Da come la poni tu, sembra che essa lo sia essenzialmente; ora, si potrebbe pensare che tutta una serie di contingenze l’abbiano resa imprecisa nel passato, senza che ciò precluda la possibilità, in futuro, di precisare questa rappresentazione.
  2. È vero, come dicevi tu nel tuo primo commento, che nulla vieta a un cantante di essere anche un matematico. Ma qui le cose mi paiono un po’ diverse: consideriamo un cantante i cui testi inneggino all’amore della natura; ora lo stesso cantante è l’azionario più importante dell’impresa più inquinante d’Europa. Ciò lo screditerebbe non poco mi pare; lo si accuserebbe di incoerenza. Ora, prendiamo il filosofo schierato in politica (quello del secondo volet del problema che avevo rilevato nella risposta): se prende partito per una certa ideologia politica, e se le esigenze del suo business plan lo portano, sul piano politico, a fare l’inverso di questa ideologia, non perderà, anche lui, ogni credito (almeno in quanto filosofo)? Prendiamo adesso un filosofo che non si schieri per alcuna parte politica: almeno non correrà i rischi di incoerenza del suo compare. Ma questo rifiuto della politica non sarà, pure lui, condannabile?

In pratica: a me pare che, da qualsiasi lato si guardi la cosa, il problema del filosofo schierato si ripresenti sempre, con i suoi due volets irriducibili.

=1=

Dunque, il comunismo è essenzialmente impreciso, ma è colpa di Marx che ha mischiato idee, ideologie e ipotesi implementative tutto insieme.

Se facciamo opera di separazione potremmo riassumere dicendo che: la morale è più o meno la stessa della maggiori religioni dell’epoca (dio a parte), ci aggiunge il concetto che il metro di uguaglianza è il valore economico (in teoria destinato a evolvere in forme diverse dal denaro).

Partendo da questi infrastruttura ideologica (che ho riassunto troppo, lo so, ma tanto per capirci) beh allora l’implementazione del comunismo è imprecisa accidentalmente; assolutamente accidentalmente.

=2=

Almeno l’incoerenza fosse perseguibile…!

Scherzi a parte, il cantante che proponi è un caso limite (anche se in altri stati un’incoerenza morale costituisce un danno reputazionale molto grave).

Però il rischio di “conflitto di interesse” permane in ogni caso, epperò non vi è certezza, qui il mio pensiero diverge: dipende come la persona affronta la cosa (e anche come il modello la affronta!).

Cioè i due punti iniziali si ripropongono sempre ma non sono uno dei due possibili esiti, ma solo due problemi da risolvere.

In realtà manca un aspetto che a questo livello di analisi non è più omissibile: l’amministrazione di uno stato, l’indirizzo di governo, è una attività con molti vincoli e deve avere uno realizzazione pratica, e tutto ciò consente per lo più di distinguere facilmente i due ruoli (belli i sogni ma si mangia con i soldi che si ha in tasca); tuttavia nell’indirizzo culturale, nella visione “strategica” o “creativa” del futuro di un popolo i ruoli si confondono e in questo esercizio non è ammissibile nessuna incoerenza tra i due (tuttavia è richiesto, di nuovo, di saper immaginare anche l’implementazione pratica).

In quest’ultimo aspetto i tuoi 2 volet sono sì uno stato finale, ciò non di meno mi pare sia l’attività più eminentemente filosofica della politca.

Ok ho capito.

Praticamente, tu scindi il problema per ottenere un risultato basato, non più sulla figura del filosofo engagé, ma sul tipo di indirizzo in sé.

Indirizzo di governo (filosofo/politico): ⇒ qui è più facile distinguere i due, sapendo che si daranno per scontate le esigenze di governo, e i compromessi che il filosofo deve affrontare in quando governante.

Indirizzo culturale (filosofo – politico): ⇒ qui invece dev’esserci continuità tra le due figure, nel senso che, in quanto “agente culturale”, il filosofo è chiamato alla coerenza rispetto alle scelte politiche, e il politico, rispetto alle posizioni filosofiche.

Ho capito bene?

Esatto

Mi pare che sia una buona maniera di prendere il problema allora 🙂

Aspettate a donare il sangue!!


Sì, lo so, i media dicono altro.

Sono appena stato a donare (Avis di Novara), il medico che mi ha fatto la visita preliminare mi ha ha fatto notare che in realtà non era il momento migliore per donare.

Poiché le sale operatorie sono a ritmo ridotto, anche l’uso di sangue è ridotto (si usa, ma meno del solito).

Il vero boom di sangue ci sarà quando riaprono le sale operatorie: meglio allora conservarlo per un mesetto.

Non so nelle altre zone quale sia la situazione, quindi il consiglio è semplicemente di chiamare e informarsi.

Consiglio aggiuntivo: chiedi espressamente se il tuo sangue serve ora o è meglio attendere.

Ah, tra l’altro, non viene effettuato il tampone prima della donazione, ti provano la febbre, questo sì, ma niente tampone (beh mi pareva strano visto il costo e i tempi di gestione).

Se hai notizie diverse o un link dove vengono raggruppate segnalamelo nei commenti!

E se puoi diffondi l’avvertimento!

Ascesa al monte di bo


Cullato dai monti di fiamma
ripercorro l’avventura appena trascorsa:

Oggi è stata affilata.
Sole, silenzio e neve,
ferma nella forma del vento,
ci guardava perder dietro
ai passi pelle vecchia, pesi e patemi.

Fatica a salire, aggrappati in discesa
abbiamo sorriso alla vertigine
che ammiccava di fianco.

la vita di bastona per disperazione


Qualche giorno fa ho letto un post di fine anno.

Hai presenti quelli dove uno fa il bilancio dell’ultima trottolata intorno al Sole?

Quelli dove poi tanto non hai combinato nulla di che, ma a seconda del bicchiere diventano fantasmagorici o deprimenti?

Ecco quelli.

Peccato che questo era serio.

Sì, insomma, Pierignolo (nome di fantasia) ha avuto un anno interessante, un anno in cui sono successe un sacco di cose.

Tra strali e catarsi una piccola rivoluzione, cui fa da chiosa una sua incitazione, che più o meno recitava così:

Amala la vita, per quanto ti colpisca forte, tu amala lo stesso, non c’è altro modo di sentirsi vivi.

Ora ci sono po’ di sensi qui dentro (che magari non si colgono bene, l’articolo era più lungo):

  1. Se piangi, piangi solo
  2. Se ridi, ridi in gruppo
  3. Non può piovere per sempre (citazione talmente ovvia che non la metto)
  4. Tutti possono vedere un’alba in montagna dal televisore, ma viverla è diverso
  5. La vita ti colpisce duro ma tu non ti arrendere
  6. Eccetera…

Bhe non male, no?

Insomma è uno a cui sono successe brutte cose e le ha sapute trasformare nell’occasione per crescere: applausi.

La vita a volte colpisce duro, c’è poco da fare, a volte capitano cose pazzesche: incidenti, recessioni, malattie, elezioni anticipate…

A volte capitano e non puoi nemmeno dare la colpa a nessuno… a volte.

A volte, invece puoi, specilamente a te stesso.

Eh, già, perché le sfighe vengon giù eh! Mica che no!

Ma mica sempre.

Cioè la vita di base ci vuole bene, all’inizio ce le dice con dolcezza le cose, usa libri, amici, film, canzoni, foto.

Insomma quando stiamo facendo un po’ di cagate, lei cerca di farci ravvedere.

Beh dal suo punto di vista, che non è proprio umano, lei vuole che noi cresciamo, che diventiamo belli e protagonisti delle nostre vite e della Vita più in generale.

Sì, ok, forse ha un po’ di interesse in tutto questo, ma fatto sta che la zia Vita (Vituzza per gli amici) è dotata di zoccoli e battipanni che manco cento madri incazzose reggono il confronto.

Zia Vituzza di base è dolce e amorevole, e non è che ha tutta sta voglia di stare lì a riprenderci, ma se gli girano i cinque secoli … altra citazione talmente ovvia che non mi spreco ad indicarla… dicevo se gli girano i cinque secoli ti dimostra che Lei con gli zoccoli è meglio di Robin Hood.

Poi dopo ti lamenti che ti capitano le cose brutte, sono magari sei anni che Zi’ Vituzza prova a dirti di cambiare un po’, ma te niente….

Eh, e poi ti lamenti.

Lo so che poi dopo quando ti prende sembra una sventola che manco Bud Spenser e Ken Shiro, però pure tu, stacci atteno a quel che dice Ziuzza cara.

Lei ci vuole bene, e tanto… Ma quando gli cascan le balle….

il pericolo dietro 1+1=2


Oggi mi sono imbattuto in una delle tante frasi ad effetto che girano per internet che più o meno recita così:

Sono in una fase della vita in cui non mi interessa parlare di argomenti inutili, per cui se mi dici che 1+1=5, ok hai ragione divertiti.

Che sembra una cosa ragionevole e di buon senso.

E però è un buon modo per farsi male.

Tutti sappiamo che 1+1=2 (normalmente è così almeno), ma non ho mai incontrato nessuno che mi venisse a dire che fa 5, salvo in contesti di matematica avanzata che adesso non ci interessano (anche se i social sono pieni di giochini del genere).

Ovviamente il senso della frase è diverso, infatti si parla di cose “inutili”, ma cosa è utile?

Se faccio un parallelo con la vita, quella di tutti i giorni, posso pensare che si intenda: “non voglio giri pindarici, voglio parlare di cose concrete e reali”.

1+1=2 è una cosa concreata e reale, penso saremo tutti d’accordo.

E però è anche semplice, quasi banale.

E qui sta il problema.

La vita non è mai semplice o banale: i populisti improntano i loro discorsi sul semplice (i discorsi di pancia), per questo sono pericolosi, perché non offrono mai soluzioni concrete: fermano un barcone perché è pieno di criminali, dicono, ma non fanno un piano di sovvenzioni per installare un sistema territoriale di allarmi domestici; non cambiano la legge sulla possibilità di visionare le telecamere; eccetera.

Non voglio proseguire parlando di politica, tanto non cambia molto, il problema vero è che non vengono offerte soluzioni, e che siamo messi talmente male che le soluzioni ci impiegherebbero 20 anni a sortire effetti…

No, voglio proseguire parlando del senso più profondo di tutta la frase; in essa traspare una sorta di delusione; forse un po’ di esperienze andate a finire male.

Ecco, per quel poco che ho capito, di solito questo succede per due ordini di motivi:

  1. troppe aspettative;
  2. poco ascolto di sé.

Le aspettative sono una brutta bestia, ne parlavo anche nell’Egoismo dell’amore; oltre ad essere una forma di maleducazione, ci fanno proiettare sull’altro i nostri desideri impedendoci di conoscerlo veramente (l’altro intendo).

Oltre al fatto che spesso i nostri desideri nascondono le nostre mancanze, per questo le cerchiamo negli altri.

E questo ci porta al secondo punto, non possiamo completarci con gli altri, dobbiamo farlo da soli e finché non siamo completi non saremo mai felici, né da soli, né con altri.

Per farlo dobbiamo farci domande, domande nuove: non funzionerà mai finché continuiamo a ripeterci quello che già sappiamo, che 1+1=2, che l’amore è semplice, che la vita è semplice, eccetera.

Non lo è, non lo è mai, cambiano le sfide, ma non l’essenza stessa della vita, che poi è anche la nostra: siamo tutto fuorché semplici!

Per questo siamo belli.

Ciance asincrone


Dunque… oggi ho letto un post, che parla di vocali di 10 minuti e dell’essere o sentirsi inopportuni, e l’ho anche commentato…

E il commento (che ora non ritrovo… uff), però, secondo me ci stava anche bene come articolo, e niente… eccolo qui.

Partiamo dal contesto Gina (nome di fantasia) ha l’abitudine di mandare vocali molto lunghi e un po’ arrembati, insomma senza organizzare prima il pensiero; ad un certo punto, i suoi amici le danno un riscontro che la fa sentire inopportuna e dispersiva, quasi invadente.

C’è poi chi dice che i vocali sono un modo fastidioso per non ammettere diritto di replica, chi dice che in fondo è normale usare vocali brevi, eccetera; insomma un sacco di opinioni.

Che sono interessanti, ma, proviamo a fare una riflessione.

I messaggi (di testo o vocali) sono un tipo di comunicazione asincrona: questo è il punto fondamentale.

Voglio dire che in una conversazione, ci sono due parti attive, l’altro può intervenire nel tuo discorso, può fermarti, chiedere di arrivare al sodo, di spiegare meglio, apportare il suo contributo eccetera.

Inoltre ci sono un certo numero di persone, che stereotipizzo con il nome “femmine“, che spesso amano cianciare.

La ciancia, lungi dall’essere un termine dispregiativo, è un tipo di conversazione in cui il contenuto non è importante, ma è importante la comunicazione paraverbale (toni, modi, ecc.) e non verbale (espressioni, postura, ecc.); insomma è il cosiddetto parlare di niente.

Ma allora che roba è questa ciancia? Beh è un rituale sociale, di impronta affettiva, che serve a stabilire o rinsaldare un rapporto (o contatto).

E come tale è una attività importante nella socialità.

Tuttavia succede che certi tipi di persone, che stereotipizzo come “maschi”, non siano molto avvezzi a questo genere di rituali: è una questione di forma mentis (e non strettamente legato al genere sessuale), ad alcuni non interessa.

Tuttavia, solitamente, se si trovano ad essere ingaggiati in una ciancia ascoltano in silenzio; sembra strano ma anche questa è una modalità che accetta l’altro e alla fine stabilisce il contatto.

Leggendo il post di Gina, mi pare che lei usasse i vocali come un modo per cianciare e questo crea un problema.

Usando una comunicazione asincrona, l’altro non è coinvolto, non è ingaggiato e lo strumento determina una aspettativa, per una volta lecita, che è in contrasto con l’utilizzo che ne fa Gina.

Sì perché i messaggi servono per dire cose brevi e semplici, se uno deve fare un discorso è meglio scrivere una mail o fare una telefonata o vedersi al bar.

Inoltre, per definizione, abbiamo una soglia di attenzione piuttosto bassa in generale e ancor di più nei confronti dei messaggi.

Quando leggiamo/ascoltiamo un messaggio, siamo nell’ordine di idee di fare una cosa veloce, spesso già 30 secondi sono troppi.

Detto questo, non sono sicuro che la mia riflessione si applichi perfettamente al caso di Gina, ma la riflessione sulla ciancia mi era piaciuta un bel po’ e niente… te l’ho raccontata.

Maschi e femmine


Tanto perché sono in vena di novità inizio anche una categoria: Glossario.

Dove con molta fantasia, scriverò post relativi a concetti che potrei richiamare in altri articoli

Allora qual’è la distinzione tra maschi e femmine?

In realtà non mi interessa, però mi interessa indicare quell’insieme di strutture mentali che solitamente definiamo come maschili e quelle che indichiamo come femminili.

Ogni persona ha entrambe le componenti, e secondo me dovrebbe anche farle sviluppare entrambe ed integrarle.

Ma in molti casi mi serve fare distinzioni in tal senso, sempre considerando che è una schematizzazione, uno stereotipo, non una classificazione di genere.

Estremizzo così ci intendiamo, credo che un buon genitore debba saper attingere agli stilemi della Madre e del Padre, ad entrambi.

Allo stesso tempo potrei aver bisogno di richiamarli separatamente, senza ogni volta ripetere tutto il concetto.

Per questo motivo, lo scrivo qui, ecco. Facile.

qual’è


La lingua evolve di suo, l’ho già scritto qualche anno fa.

Ma oggi faccio un passo in più, ci sono diverse correnti di pensiero riguardo a come debba intendersi oggi la corretta grammatica dell’italiano.

Ad ogni modo, più o meno funziona così: i parlanti o scriventi imparano delle regole, nel corso del tempo, queste possono cambiare.

Inizialmente il cambio di regole è un errore o una licenza, se però raggiunge una massa critica, dovrebbe venire recepito dalle grammatiche, e infine ratificato dall’Accademia della Crusca.

Il condizionale è d’obbligo perché in realtà la maggior parte dei linguisti che scrivono le grammatiche sono piuttosto conservatori e sono lenti ad accettare le modifiche.

È il caso di qual’è.

Sì, l’ho scritto con l’apostrofo, ci sono diversi motivi, come riportato da Giorgio nell’articolo di “Una Parola Al Giorno“, ma personalmente io do un’altra motivazione.

Se scriviamo “qual è” sono due parole e vanno pronunciate distinte e se lo scrivo staccato, voglio che il lettore lo pronunci staccato, perché viceversa il senso cambia o si smarrisce.

Prendiamo al frase: “un accadimento meraviglioso quale è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”.

Forse avrai già capito, di solito si usa il quale senza troncamento, tuttavia, con licenza potrei volerlo scrivere e pronunciare così: “un accadimento meraviglioso qual è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”.

Che mantiene il suo significato, donando una nota poetica.

Se però lo leggessi (come di solito si fa) unendo le parole: “un accadimento meraviglioso qual_è l’incontro con un’anima affine, è tesoro raro e prezioso”, il senso si fa impreciso, si perde l’enfasi.

E siamo quindi giunti al punto, secondo me fondamentale: la pronuncia legata va scritta con l’apostrofo qual’è, infatti in caso di elisione (cioè quando si toglie l’ultima vocale e si mette l’apostrofo) la pronuncia tiene l’accento tonico sulla parole che segue: “dall’altra” si pronuncia dallàltra; viceversa in caso di troncamento le due parole mantengono i loro accenti tonici indipendenti: esempio chiaro è “là quàl còsa”, dove “qual” mantiene il suo accento tonico (su “la” ho messo l’accento per evidenziare dove cade, ma è sempre l’articolo, non intendo la preposizione).

In conclusione se voglio ottenere la pronuncia unita “kualè”, scriverò “qual’è”, se voglio la pronuncia staccata “kual è” scriverò “qual è”.

Piuttosto facile no?

Link aggiornati


Non ho ancora neppure pubblicato il libro e già devo farci un’aggiunta.

Ma si può?

No, ché sembra una banalità, ma come si rappresentano i link in un testo stampato? Sembra semplice ma mica lo è!

Insomma per farla breve ho messo qui l’elenco dei collegamenti esterni, ordinati come li trovi nel libro.

Se per caso qualche link non dovesse funzionare più, per favore segnalalo nei commenti.


  1. Wikipedia in italiano
  2. Sufismo
  3. Georges Ivanovič Gurdjieff
  4. Pëtr Dem’janovič Uspenskij
  5. Frammenti di un insegnamento sconosciuto
  6. Claudio Naranjo
  7. John Nash
  8. Diritti del fanciullo
  9. Metodo Montessori
  10. Abraham Maslow
  11. Hogwarts
  12. Paranor
  13. Foresta di Paimpont
  14. Giuggiola (Ziziphus jujuba)
  15. Mandala
  16. Robin Williams
  17. La supercàzzora brematurata con scappellamento a destra
  18. Micragnoso
  19. Adamantio
  20. Peter Pan
  21. Epicureismo
  22. Grandigia
  23. Euritmico
  24. Algoritmo genetico
  25. Apprendimento non supervisionato
  26. IP over Avian Carriers
  27. James Clerk Maxwell
  28. Aristotele
  29. Logica fuzzy
  30. Luigi Pirandello
  31. Opinione
  32. Relativismo
  33. Fallacia del piano inclinato
  34. Karl Popper
  35. Paradosso della tolleranza
  36. Assioma
  37. Protocolli dei Savi di Sion
  38. Il cimitero di Praga
  39. Umberto Eco
  40. Emetico
  41. Perito
  42. Falsi amici (false friends)
  43. Teoria del cigno nero
  44. Ornithorhynchus anatinus
  45. Parabola (geometria)
  46. Funzione concava
  47. L’autismo cosa è, cosa lo provoca e perche i vaccini non centrano niente
  48. Andrew Wakefield
  49. Correlazione spuria
  50. Spurious correlations
  51. Definire la complessità
  52. Semplice
  53. Complicare
  54. Origami
  55. Plesso
  56. Caotico
  57. Alberto Felice De Toni
  58. Edward Norton Lorenz
  59. Teoria dei sistemi sociali
  60. Niklas Luhmann
  61. William Ross Ashby
  62. Teoria dei giochi
  63. Entanglement quantistico
  64. Interpretazione di Copenaghen
  65. Ontologia
  66. Ontologia (informatica)
  67. Ivan Pavlov
  68. Sistema limbico
  69. Antonio Damasio
  70. Jaak Panksepp
  71. Neurobiologia delle emozioni
  72. Empatia
  73. Howard Gardner
  74. Stress (parola)
  75. Stress (medicina)
  76. Omeostasi
  77. Eustress
  78. Hans Selye
  79. Distress
  80. Teoremi di incompletezza di Gödel
  81. Kurt Gödel
  82. Diogene di Sinope
  83. Cinico
  84. Intuizione
  85. Intuire
  86. immaginare
  87. In-me-mago-agere
  88. Riconoscimento di pattern
  89. Visualizzare con attributi preattentivi
  90. Normale
  91. Autopoiesi
  92. Aspettativa
  93. Preoccupazione
  94. Mindfulness
  95. Detto, fatto!
  96. Empatia
  97. Cinesica
  98. Prossemica
  99. Semiotica
  100. Lie to Me
  101. Paul Ekman
  102. Paul Gilbert (psychologist)
  103. Compassion focused therapy compassione
  104. Fusione mentale
  105. Estetica
  106. Metonimia
  107. Sineddoche
  108. Indro Montanelli
  109. Cerca
  110. Entusiasmo
  111. Sequestro emozionale
  112. Esperimento carcerario di Stanford
  113. Pesanti critiche all’esperimento di Stanford
  114. Bias di conferma
  115. Leadership
  116. Carisma
  117. Etica
  118. Dichiarazione universale dei diritti umani
  119. Il ritratto di Dorian Gray
  120. Tao
  121. Politicamente corretto
  122. Rutto
  123. Sincronicità
  124. Carl Gustav Jung
  125. Wolfgang Pauli
  126. Mens sana in corpore sano
  127. La missione dei dodici eroi
  128. Anaffettività
  129. Autostima
  130. Jesper Juul
  131. Bambino competente di Jesper Juul
  132. Me cago en el amore – Tonino Carotone
  133. Inconscio collettivo
  134. Ipotesi Gaia
  135. Vengo anch’io, no tu no – Enzo Iannacci
  136. Sistema
  137. Telico / Atelico
  138. Vizi capitali
  139. Al ballo mascherato – Fabrizio De André
  140. Al ballo mascherato – Fabrizio De André
  141. Istrione
  142. Don giovanni
  143. Le relazioni pericolose (film 1988)
  144. Istrione (Wikipedia)
  145. Don Giovanni (Wikipedia)
  146. Il conformista – Giorgio Gaber
  147. Figlia – Roberto Vecchioni
  148. Muttley
  149. Gordon Gekko
  150. Il fantasista – Enrico Ruggeri
  151. Sehnsucht (romanticismo)
  152. Invidia
  153. Un matto – Fabrizio De André
  154. Ierofante
  155. L’arte della guerra
  156. Vulcaniani
  157. Una vita da mediano – Luciano Ligabue
  158. Legge di Murphy
  159. Transamerika – Modena City Ramblers
  160. Gola – Enrico Ruggeri
  161. Bocca di rosa – Fabrizio De André
  162. Il giudizio universale – Luigi Schiavone
  163. Albachiara – Vasco Rossi
  164. Candy Candy
  165. Antonio Lubrano
  166. Trattamento sanitario obbligatorio
  167. Conte Uguccione
  168. Leitmotiv
  169. Liminare
  170. James Hillman
  171. ciofeca
  172. Sinestesia (figura retorica)
  173. Max Lüscher
  174. Impronta ecologica
  175. Bruce Lee
  176. Rasoio di Occam
  177. Running against the graing – Franco Battiato
  178. Ciclope (Marvel Comics)
  179. Lev Tolstoj
  180. Anna Karenina
  181. America – Gianna Nannini
  182. Steven Bradbury
  183. Finale short track Olimpiadi 2002
  184. Io sono qui – Claudio Baglioni
  185. Il problema dei tre corpi
  186. Enneagramma della personalità
  187. La missione dei dodici eroi
  188. Le varie intelligenze
  189. I 12 archetipi
  190. Elisabetta Paparoni
  191. Madre dolcissima – Zucchero
  192. Candido
  193. Voltaire

Un narcisista può guarire con un libro?


Inizio qui il collegamento del blog a Quora, inaugurando un nuovo tag che con molta fantasia chiamerò… quora.. ehm…

Ok la cosa funziona così, faccio copia incolla (magari rileggo e correggo, se ci riesco) e metto i riferimenti…. oggi sono creativo eh…

Dai si comincia!


Domanda

Un narcisista può guarire leggendo libri che affrontano tale problematica ed auto-aiutarsi? C’è una possibilità oppure è pura utopia? La domanda è più o meno valida per qualsiasi problematica di natura psicologica.

Risposta

No, non può, se potesse non sarebbe più un narcisista.

Ok, risposta un po’ troppo laconica, mi spiego meglio.

La sindrome narcisistica è una patologia molto precisa e grave che porta l’individuo a ritenere di essere l’unica cosa cui valga la pena occuparsi, giacché la sua dimensione emotiva è quasi totalmente repressa; la sua posizione risulta quindi essere molto razionale.

Inoltre, per paradosso, sebbene sia incapace di dare valore al suo sistema emozionale un narcisista è fortemente empatico (nell’accezione moderna che indica la capacità di riconoscere emozioni e stato d’animo a livello sociale, cioè superficiale e non profondo), questo gli consente di manipolare agevolmente gli altri, considerandoli inferiori anche perché succubi del suo talento.

Sul narcisista ci sarebbe molto da dire, ma mi fermo qui perché penso sia più importante un altro punto.

Qualunque problema psicologico o sociologico (ma in senso lato anche fisiologico) per essere affrontato richiede di essere riconosciuto.

La negazione è il principale limite alla possibilità di guarigione.

Superato questo scoglio, guarirsi da soli è estremamente difficile, ma possibile.

Io consiglio sempre di affrontare la cosa da più parti: specialista, libri, amici, meditazione, ecc.

 

Pensieri brumosi


​Sul far della pioggia incipiente,
ti penso di stessa umidità rapita,
che appesa al crine sfuggente,
ti scantona un soffoco che palpita

tra’l dente e le labbra tese,
e di sghembo balla in quattro quarti.
E le piogge per nulla arrese
rullano, a fole, ciotoli e sguardi

ignari del tempo appeso tra’l fremito
e’l panico. D’improvviso stentorea
comandi un nome, una premura anteriore,

una preghiera che sollievi il gemito
che reclama, come frusta iperborea,
la bocca, tra i petali del tuo ardore.


Era poco più di una bozza, annotata qualche anno fa…

Forse ho fatto bene a conservarla…

Di nuovo di ritorno


È che me ne ero andato.

A lavarmi i panni, cantava Baglioni.

Io invece non lo so perché me n’ero andato

Forse che lo scopo mi aveva teso un’imboscata, forse che l’ispirazione era andata…

Forse che c’era bisogno di tempo…


E però non sono stato con le mani in mano.

Mi sono sbizzarrito un po’ su Quora!

E siccome anche lì di luci mie qualcuna ne ho buttata, forse è il caso che qualcosa riporti anche qui!

E poi, anche altre cose… ma te ne parlo tra un po’…

Per intanto… io sono qui…

“Io sono qui” Claudio Baglioni

Meschini manifesti


“ho accertato i fatti, si puo bloccare la nuova struttura in via xxxxx”
1- l’immobile in cui si vorrebbe trasferire il centro islamico si trova in un’area artigianale/industriale (come da piano regolatore), mentre per quella finalità, serve un’area con destinazione XXX
2 – serve quindi un cambio d’uso, che il privato acquirente dovrà proporre al comune
3 – si tratta di una scelta che non anessuna natura obbligatoria o dovuta e che compete al consiglio comunale: posso anticipare che personalmente voterò contro

4 – se la mia coalizione sosterrà la mia stessa posizione, la struttura non potrà essere realizzata.

Cosa diciamo noi da anni
– no a un luogo di preghiera “mascherato” da centro culturale e associativo
– sì a controlli puntuali

Questo il manifesto voluto da un esponente della giunta (e del suo partito di riferimento) e apparso in maniera pervasiva in un borgo italiano.

Ho rimosso i riferimenti espliciti a nomi e luoghi lasciando inalterate le altre parti.

Da dove partiamo? Dalla fine direi, dalla paura.

Questo manifesto cosa ci dice? Ci dice che per i poteri conferiti alla giunta sulla modifica al piano regolatore, potranno ergersi a baluardo contro l’attacco che vogliono sferrare questi musulmani a… beh non si sa bene a cosa, ma suppongo a qualcosa di importante… come i nostri valori.

Ok, ma quali sono i nostri valori? Cioè su cosa ci stanno attaccando esattamente?

Entriamo nel merito dei fatti? Non serve, rimaniamo a leggere il manifesto.

È evidente che un gruppo di persone hanno fatto richiesta di acquisto di un immobile, lo dice al punto 3.

Altrettanto chiaro che l’obbiettivo è quello di creare un centro associativo e culturale e di preghiera.

Ora un luogo di preghiera è esso stesso per definizione un luogo culturale e associativo, mica è una novità.

Eh però questi pregano Allah, ora, al di là che Allah vuole semplicemente dire Dio e che fondamentalmente pregano lo stesso Dio degli Ebrei e dei Cristiani (vedetela come tre diverse versioni: ebrei 1.0, cristiani 2.0, musulmani 3.0), quale è esattamente il principio contro cui si stanno lanciando?

Lo stato italiano è semi-laico (ci sono sempre i patti del laterano), e garantisce il rispetto per le diverse professioni religioso, salvo che abbiano finalità o pratiche contrarie al nostro corpo normativo.

Dire che il Corano violi le nostre leggi è barzelletta: nel senso che in alcuni passi sicuramente le viola, ma si può dire lo stesso anche della Bibbia, sono testi nati in un altro contesto culturale.

Quindi quale è il punto? Perché sprecare soldi per questi manifesti? Cosa ci vogliono dire?

Oh sì l’ultimo punto: non vogliamo farci prendere in giro e vogliamo controlli puntuali.

Meno male, dico io! Finalmente in questo paese si fanno dei controlli puntuali… ma su cosa esattamente?

Provo a fare qualche supposizione, perché così insomma il manifesto mica mi aiuta più: forse in realtà ci vogliono dire che sospettano che questa manovra, mascheri la nascita di un centro di incontro sovversivo e criminale.

Beh tutto può essere in effetti, però vogliono fare controlli puntuali: meno male! Mi rincuora!

Perché, voglio dire, non facciamo i buonisti: in questo momento storico c’è una falange criminale che usa la religione islamica come pasta aggregante, non possiamo dimenticarlo.

Ma loro vogliono fare controlli, quindi tutto a posto no? Verificheranno, metteranno l’equivalente di un riflettore e staranno attenti a tutto quello che succede, in maniera da evitare utilizzi impropri.

Che poi, oh!, mica fessi, se hai un nemico meglio tenertelo vicino che lo controlli meglio, no?

Brava giunta che utilizzerai le forze dell’ordine… Giunta?

Aspetta un attimo, mica sta alla giunta coordinare le forze dell’ordine, sì certo la polizia urbana sì, ma per le indagini vere ci pensano il prefetto e il questore… Cara giunta esattamente che cosa vorresti fare?

Cavolo… mi nasce un sospetto, e se fosse tutta una farsa? Se in realtà non volessero fare nulla? Cioè se vuoi fare delle indagini mica glielo vai a dire no, che li tieni d’occhio?

E allora che senso ha? Cioè è come dire che per risolvere il problema della tossicodipendenza vietiamo la vendita di droga, che per sconfiggere l’evasione la dichiariamo illegale.

Come dite? già fatto? ha funzionato? No, vero?

Questo è il punto, per risolvere problematiche di questo tipo si fa lavorando non facendo manifesti.

I musulmani non si convertiranno perché non gli facciamo costruire una moschea, la droga non sparirà perché la vietiamo.

Serve lavorare sulla cultura, serve soprattutto informarsi con chi conosce bene i fenomeni, perché le soluzioni raramente sono quelle che ci vengono in mente nei 15 minuti che passiamo in meditazione quotidianamente sul nostro personale trono di bianca porcellana.

Voglio dire è come se siccome i terroristi hanno usato la Xbox (o era la Play Station?) allora noi ne vietassimo le vendite.

Invece, i controlli in Italia ci sono, approfonditi anche; sufficienti? No, ci sono un sacco di leggi che impediscono di fare i controlli come si deve su un sacco di cose:

  1. droga;
  2. prostituzione;
  3. evasione fiscale;
  4. furti;
  5. ecc.

E sapete una cosa? Manchiamo noi, che quando succede qualcosa ci giriamo quasi sempre dall’altra parte, che vediamo le forze dell’ordine come qualcuno che ci vessa, che ci viene a dare le multe, che ci rompe le scatole.

Già perché abbiamo tutti qualcosa da nascondere, in questo ginepraio di leggi e leggiucole è facile trovarsi in difetto, perché se anche abbiamo sostanzialmente ragione spesso ci è sfuggito qualche aspetto formale (leggasi burocratico) che ci fa passare dalla parte del torto; e quando non basta, lo Stato si arroga i privilegi di essere al di sopra della legge (vedi Equitalia e le tante asimmetrie negli obblighi contributivi).

E poi ci sono quelli che frodano davvero lo stato, quelli che lo fanno con intenzione, quelli che, non si sa bene come, sono quasi tutelati dallo stato.

Già, ma a chi fa comodo tutto questo? Chi ci guadagna?

Perché ci sono più sportelli per gli immigrati che per i cittadini anche se i richiedenti sono pochi? Chi ci guadagna?

Provate ad immaginarlo, avrete visto o letto tutti Gomorra no?

Quando uno stato non gestisce un problema, consente ad altre organizzazioni di farlo, comprese quelle criminali.

Tornando al manifesto; quando l’ho letto cosa ho pensato? Mi sono chiesto se fosse una brutta pubblicità, una pessima campagna elettorale (fuori tempo e luogo) o ci fosse qualcosa di peggio sotto.

L’ultima eventualità, a sensazione, la ritengo remota e tuttavia, se volessimo fare i complottisti, non ci starebbe male leggere quell’ultimo messaggio come un avvertimento per i criminali veri: “state lontani da lì perché vi verranno a controllare!”

Per fortuna è totalmente irreale: si faceva prima con pezzo di carta.

Il dono della gentilezza


La gentilezza è una dono.

Non la carineria di maniera, che trovo stucchevole.

La gentilezza potrebbe tradursi nel sospendere una propria azione per introdurre un’altra azione, non dovuta, per accudire (curare, accarezzare, rispettare, ecc.) l’altro.

Questa azione, diversamente da quanto dice Antonacci (Sanremo 2018), ha un costo seppur minimo.

Se non costa niente non è gentilezza, ma modo di fare (solitamente egoistico).

Mi rispondereste con due diverse domande:

  • beh certo è ovvio, ma chi lo farebbe altrimenti?
  • Perché? È bello essere genitili e far del bene.

Alla prima rispondo la seconda. 🙂

Ma chi sono quelli che rispondono nel secondo modo?

Sono persone che appartengono ad alcune tipologie sociali, ora tra questi ci sono anche in narcisisti che usano la loro spiccata empatia per manipolare gli altri (e la gentilezza è sempre un’ottima alleata).

Ma dei narcisisti non mi interessa parlare, mi interessa parlare invece degli altri, delle persone sane e belle.

Ci sono molte persone che per rifiuto dei conflitti o per convinzione che è giusto e apprazzeabile essere accudenti o per necessità di ingaggio emotivo reputano appunto indispensabile essere gentili; sempre.

In questo caso però non è proprio gentilezza, direi carineria, ma lasciamo perdere i termini e proviamo ad intenderci sul contenuto (però l’etimologia è interessante, e val la pena darci un’ochiata).

Proviamo ad analizzare le tre tipologie.

Gli amorevoli

Sono persone intimamente convinte, che la misura del loro valore è la capacità di amare, solo che con amare sostituiscono il concetto di comportarsi in maniera amorevole.

La gentilezza è quindi una manifestazione amorevole e l’individuo che la attua crede che verrà apprezzato per questa sua espressione; naturalmente non avviene questo: il soggetto ricevente dopo un po’ si sente infastidito e manipolato.

Purtroppo le persone di questo gruppo, non si rendono conto di venire fraintese perché il loro sistema di credenze si è radicato moltissimo tempo addietro.

I pacifisti

La dinamica conflittuale non è sicuramente la migliore attuabile, in tal senso la loro strategia è preferibile, tuttavia è inefficace se non è prima santificata dall’accettazione della verità.

Mi spiego con un esempio piuttosto noto (sfortunatamente non trovo la fonte inziale per cui riporto la versione Lars Von Trier quando rifiutò il premio per la pace):

Il popolo del mondo è come due tribù nel deserto, una tribù vive in un paese con un pozzo, l’altra in un paese senza pozzo.

La tribù con il pozzo vuole la pace, l’altra non vuole la pace, vuole l’acqua!

La tribù senza pozzo forse è meno civilizzata, non ha una parola per dire pace, ma ne ha una per dire sete che, data la situazione, è più o meno la stessa cosa.

Il Comitato per la Pace nel paese con il pozzo, è buono, saggio, gente bella che non ha sete, perciò ha tempo ed energia per il comitato. La gente con il pozzo parla molto di premi per la pace da dare ad altra gente che vive nel paese con il pozzo.

Quelli del paese senza il pozzo non parlano molto di premi per la pace….

La gentilezza, senza questa consapevolezza, risulta fine a se stessa e inasprisce gli animi.

Persone con elevata richiesta di ingaggio emotivo

Questo tipo di persone sono, per intenderci, quelle che prima di una riunione ti chiedono come stai, come va a casa o altre informazioni simili.

Per loro questo approccio è necessario per “scaldare” la comunicazione, sono scarsamente interessati alle domande poste (sono quasi sempre retoriche e solo chi ti ama profondamente è interessato ad ascoltare la risposta “sto bene”), ma lo fanno per generare una connessione emotiva.

Non vanno confuse con i manipolatori, le loro domande sono fatte in maniera “pulita”, a loro piace ricevere quel genere di domande, sono reciproche; tuttavia ci sono molte persone che reputano queste domande fastidiose e rispondono per gentilezza.

Cioè chi risponde, pure essendo infastidito, in considerazione del loro bisogno è la persona veramente gentile, non chi pone domande carine per soddisfare un suo bisogno (anche se piacevole come questo).

Conclusione

La gentilezza è un dono che costa, poco ma costa.

Non si pratica per partito preso.

Voi che la praticate per partito preso, provate a discernere dentro di voi quando agite per carineria e quando per autentica gentilezza, i risultati saranno stupefacenti.

Non è una accusa (viviamo in un mondo in cui tutto diventa un’accusa) solo una riflessione, un diverso punto di vista, una mia luce.

Dopo tanto tempo.

P.S.

Grazie a Diamanta eccovi un’altra definizione:

Un altro modo per dirlo è: la gentilezza è qualcosa di espressamente fatto per l’altro con poco (nulla se possibile) interesse per se stessi.

I posti che… tag


Un tag che si prefigge lo scopo di far condividere emozioni e luoghi e, perché no, magari ispirare nuove idee per le prossime vacanze. È importante specificare che per “posto” non si intende esclusivamente una città, è infatti possibile anche menzionare un monumento, una piazza, un panorama, qualsiasi cosa che abbia suscitato un’emozione, e se si è indecisi anche più soggetti.
— Neogrigio da Una vita non basta

Vado al sodo.

I posti che... tag
I posti che… tag

Regole:

  1. Riportare l’immagine del Tag
  2. Citare l’ideatore del Tag (Neogrigio)
  3. Ringraziare il blogger che vi ha nominato
  4. Rispondere alle dieci domande
  5. Nominare 10 blog amici, soprattutto chi ama viaggiare, e avvisarli sulla loro bacheca, o comunque sincerarsi che abbiano ricevuto la nomination.
  6. Aggiungere tra i Tag “I posti che… ”
  7. Inoltrare le risposte al creatore del Tag (Neogrigio), nominandolo

Variazioni alle regole

Sono un fottuto anarchico… e quindi?

  1. ma che brutta immagine è??? Mettiamone una dei 10 posti che abbiamo visto!
  2. Nominare 10 blog?!?!?!? ma nooo!!!
  3. Aggiungere un tag???? ne ho già uno può bastare

Domande

Il posto che:

  1. porti nel cuore
  2. più divertente
  3. più commovente
  4. più deludente
  5. più sorprendente
  6. più gustoso
  7. che ti ha lasciato un ricordo particolare
  8. più romantico
  9. che vorresti rivedere
  10. dove ti piacerebbe andare

Risposte

  1. Alpe Devero
  2. Mi divertono le persone non i posti.
  3. come sopra
  4. Parigi, Roma, Danimarca
  5. Marocco.. un cavolo di freddo!!!
  6. dire Puglia o Piemonte non vale vero?!!?
  7. Santiago, cammino di
  8. Il romanticismo ce l’ho nel cuore non nei posti
  9. Turchia
  10. Gerusalemme, Island, Belize ecc

Nomination

Vi nomino tutti!!

come sempre 😀

Ringraziamenti

Ai viaggiatori che erano come e alla nominatrice: Vikibaum

Rinascerei uno e più d’uno


Se restassi.

Ancora un’ora,
forse un giorno
e poi ancora.

Se bevessi.

Le parole non dette in fondo agli occhi,
i sapori iperbolici della tua anima.

Se crescessi.

Da solo,
per te, con te,
senza diversità

Se ancora restassi

Ancora un’ora,
forse un giorno
e poi ancora.

E ancora non mi bastassi,
forse mi dissolverei.

Un raggio di sole
che ti bacia soffuso.

Pizza tag


Pizzatag
PizzaTag

Questo è un tag “da prendere alla leggera”, ma saporito: vi invito a raccontare che pizza ordinate solitamente e come le mangiate, cercando da ciò riflessi del vostro carattere.

Così scrive Bloody Ivy di Niente Panico presentando il nuovo tag di sua invenzione.

Io sono stato nominato da Cristina dell’Amore.

Io solitamente mangio una Raccomandata, pizza locale che deriva il nome dalla location della pizzeria: un ex ufficio postale.

La pizza è una margerita più:
– salsiccia
– gorgonzola
– procini
– cime di rapa e algio (ogni tanto li faccio aggiungere).

Non credo vi debba spiegare molto di più sul mio carattere…

Nomination:

tutti quelli che hanno voglia di raccontarsi 😉

Spizzichi di colore e altre emergenze

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