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Teoria del Caos e vivere la complessità…

Il getto della fede


Sommario

Per crescere occorre fidarsi e assumersi il rischio di cadere….

Tu prova ad avere una fiducia nel cuore..

A fidarsi si rischia di rimanere fregati.
A non fidarsi si resta certamente fregati.

Ma la fregatura nel secondo caso (se ti fidi) è nota, confortevole, quasi rassicurante.

La fregatura nel secondo caso (sempre se  ti fidi) è che resti nel tuo brodo, che forse, a furia di starci, ti sembra anche carino un po’  come ci sembrava carino, quando stavamo nella pancia della mamma, il liquido amniotico; ecchepperò “è costituito da urina e dalle secrezioni del tratto bronchiale e nasale del feto”.

Quindi: Fidatevi!

E qui, mi potreste però chiedere: “Sì ma di chi?” e soprattutto: “mattuttifidi?”

  1. alla prima:  Delle persone (giuste)!
  2. alla seconda: Ovviamente poco, che non sono mica meglio dell’altri io, ma ho avuto una certe dose di fortuna.

Ci sono state, infatti, persone che si sono fidate di me; perché lo abbiano fatto e se io rientrassi nelle persone giuste non mi è dato saperlo (ma suppongo abbia agito di più la loro disperata follia che altre mie supposte doti1).

Comunque, il fatto interessante è che ha funzionato, al crescere della fiducia posso testimoniare (in alcuni casi anche documentare) crebbe pure il benessere: le difficoltà sono diventate opportunità, i problemi successi, rospi principi.. ehm.. vabbeh non esageriamo.

Quindi fidatevi!…ehm.. volevo dire..

Quindi Fidiamoci!!! Tanto prima o poi cadremo lo stesso… almeno cadiamo perché abbiamo provato a fare qualcosa di buono!

!!! AVVERTENZA2 !!!

L’amore implica e necessita della fiducia (quasi la fede).

La fiducia non implica né necessita dell’amore, quindi non fate confusione.

Che già si prende per amore tanta roba che amore non è (tipo il sesso)! Essì lo so che questa confusione in fondo sarebbe la più comprensibile. In ogni caso l’amore è un’altra cosa.

Credo di aver scritto un numero spropositato di volte sull’argomento e quindi ora ve lo risparmio 😀

P.S. Ma di chi?

Alcuni attenti e delicati lettori mi hanno fatto notare che non ho dato risposta esaustiva alla prima domanda.

Cioè chi sono le persone giuste?

A questa domanda non è facile dare risposta, potrei dire che si dovrebbe avvertire una certa risonanza interiore, però in soldoni non ho una risposta chiara e inequivocabile.

L’unica cosa che mi sento di aggiungere è: attenzione a non farvi fregare dalla paura.

Spesso non ascoltiamo questa risonanza ma la paura di farci male, fino a che il bisogno di fidarci supera la paura e a quel punto finisci che ti fidi del primo che capita… e ovviamente ci sbatti il grugno.


  1. che in quanto supposte…..
  2. Volevo aggiungere “vaginale” (ispirandomi a Vagi) perché sembra una tendenza molto più femminile che maschile… epperché faceva figo citarla che mi fa sempre ammazzare dal ridere!.

Un esempio di complessità


Una delle più belle metafore per spiegare le differenze tra semplice, complicato e complesso è la seguente.

Vi viene assegnato il compito di misurare con il vostro altimetro l’altezza della cima più alta nella vostra zona di riferimento.

Caso banale

La vostra zona ha un unico monte solitario, voi salite in cima e misurate.

In altri ambiti si chiama anche:

  • caso limite;
  • caso degenere;
  • caso base.

È un caso interessante perché spesso mostra un esempio talmente semplificato che quasi non si riconduce allo scenario generale e spesso è il primo che si intuisce in maniera empirica.

Caso semplice

Ci sono alcuni monti, non molti, ripetete l’approccio del caso banale per ogni monte e comunicate il più alto.

Caso difficile

C’è una intera catena montuosa, occorre valutarli tutti, ma vi mettete con calma disegnate una mappa e li fate tutti.

Caso complicato

Come il caso precedente.

Utilizzate una planimetria satellitare per farvi un’idea della mappa.

Sfruttate le conoscenze trigonometriche e ottiche per approssimare l’altezza di un monte dalla sua ombra tenendo conto degli errori dovuti alla rifrazione, e selezionate i più papabili.

Salite sul primo di questi e lo misurate.

Lasciate una notte in osservazione un telemetro laser di grande precisione posizionate perpendicolare alla vetta del monte e cercate di escludere i monti evidentemente più bassi.

Rifate il test per quei pochi rimasti.

Caso Complesso

La terra si muove mentre voi valutate, per cui il salire su un monte lo potrebbe abbassare.

Il mondo che volete misurare e per cui trarre una conclusione muta in funzione di voi, o di altri fenomeni su cui non avete il controllo.

Casi reali

Di solito a questo punto si è capito i differenti ordini di grandezza, ma si osserva che nessuno di solito si trova in situazioni come quelle descritte nell’ultimo caso.

Ma solo perché l’esempio è iperbolico per dare il senso delle cose; nella vita reale, al contrario, è molto facile muoversi in uno scenario complesso senza nemmeno rendersene conto.

Per esempio un problema difficile o complicato può diventare complesso se il tempo che ci viene dato a disposizione è troppo poco; cioè di molto inferiore al tempo necessario per ricercare e applicare la soluzione corretta.

Si introduce qui il tema di efficacia ed efficienza.

Una soluzione efficace è la miglior soluzione possibile.

Una soluzione efficiente è una soluzione, anche parziale, che si raggiunge con il minor dispiego di risorse, tra cui il tempo.

Quindi, nella vita reale, se il problema fosse quello dello scenario difficile vi verrebbe dato l’incarico di misurare il monte più altro della catena montuosa dandovi al massimo un giorno per fare tutto.

A questo punto ogni scelta che farete, compreso da che monte partire, ne escluderà altre perché non avrete il tempo per valutare tutte le casistiche.

Per esempio, si possono utilizzare approcci che stimino le possibili soluzioni migliori per poi verificare solo quelle che per cui si ha tempo; per una buona stima occorre però anche sapere (e comprendere) il motivo per cui si effettua questo compito, è diverso cercare la vetta più alta per una gara di alpinismo piuttosto che per comprendere i movimenti del vento.

Conclusioni

Qualunque dimensione venga fortemente ristretta (soldi, tempo, spazio personale) può far schizzare il problema da una dimensione controllabile ad una apparentemente incontrollabile.

Curiosità

La stima della vetta più alta è una necessità che si è manifestata per i lander che sbarcano dalla navicella e non possono mappare tutto il territorio per cui devono approssimare, e farlo bene.

Salvarsi da Gaia


Da parecchio stiamo dicendo (in parte per fortuna) che dobbiamo salvare il pianeta, ma è falso.

La realtà è che dobbiamo salvarci dal pianeta, perché tutte le prove empiriche che abbiamo ci dicono che Gaia (come l’hanno chiamata ironicamente gli scettici) se insistiamo a dargli problemi, lei ci distruggerà. Molto semplicemente.

Prima che sull’ossigeno la vita si basava sul metano o l’ammoniaca e lei viveva bene lo stesso.

Quindi il nostro scopo dovrebbe essere quello di vivere armonicamente con lei per evitare che ci distrugga come un virus e magari imparare a proteggerla dagli eventi esterni.

Non vado oltre in spiegazioni scientifiche che risulterebbero comunque incomplete.

P.S.
La riflessione me l’ha suggerita un passaggio de “Il vincitore è solo” di Paulo Cohelo.

L’adulto è competente (rivisto)


English Version

Sommario

Siamo esseri sociali programmati per collaborale a livello emotivo, più in profondità di quanto siamo consapevoli.

Spesso anche quando sembra che l’altro ci ostacoli in realtà sta cercando di collaborare con noi, ma almeno uno di noi due ha frainteso… quasi sempre entrambi.


Cosa vuol dire collaborare

A volte capita. Ti ritrovi in una assurda situazione di conflitto, in cui non sai bene come ci sei cascato.

Ti trovi a doverti relazionare con una persona che si comporta con te in modo a dir poco discutibile; diresti appositamente per infastidirti.

Taz, il Diavolo Tasmania
Taz il Diavolo Tasmanina

Hai presente? Quando vuoi ottenere un obiettivo specifico e l’altro sembra giocare un contro di te? Come se foste avversari, anche se in teoria state dalla stessa parte?

Per il mio piacere molto personale chiamerò questo furfante: Taz.

In alcune occasioni, magari perché tu e Taz siete amici, o se c’è un terzo che potrebbe mediare tra te e Taz, in alcune occasioni, dicevo, si potresti poi scopirere che Taz non ha veramente intenzione opporsi a te.

Per esempio, Taz potrebbe continuare ad imbattersi in equivoci e malintesi, come in una grottesca commedia degli errori; ma per te questo sarà più simile ad un attaco: Taz ti prende in giro espressamente per farti del male, e dove fa più male!

Come è possibile? Cioè stiamo dicendo che lui non ha una precisa volontà di ferirti, ma colpisce in modo così accurato! C’ha un deretano che manco Bonaventura!

È possibile, ma poco probabile, per raccontartelo devo parlare al te di un’altra epoca …

Lettori, prestatemi orecchio!


Un comportamento tipico dei bambini, che potrebbe/dovrebbe rimanere in anche età adulta è la collaborazione.

Quindi vorrei parlare al tuo bambino interiore, o, per lo meno, al bambino che sei stato.

La collaborazione è un potente atteggiamento mentale perché porta facilmente ad abdicare a se stessi.

Se una persona è determinata a sostenerti, in una certa situazione può correre il rischio di dimenticare i suoi limiti e il suo benessere; cioè, si dimentica di dire “no”.

Ok, lo so che sembra essere un paradosso, ma dobbiamo capire che il nostro sistema limbico lavora per farci diventare un gruppo, o, in altre parole, lavora per trasformarci in persone collaborative.

E, attenzione, quando l’autostima1 diminuisce, aumentano i comportamenti collaborativi insani.

L’autostima può essere un freno che ci preserva (da noi stessi), se il freno non funziona correttamente possiamo perderci.

E questo non è tutto!

Torniamo a Taz.

Vuole aiutarci .. no ok, lui non sa di voler aiutare noi .. ma il suo sistema limbico sì.

Ad od ogni modo, nello sforzo di aiutarci Taz cerca di comprendere le nostre richieste, anche quelle emotive e di cui siamo meno consapevoli .

Quindi, il nostro prode Taz, Taz il nostro marrano, cerca il modo migliore per interpretare la nostra volontà.

E ora … Colpo di scena!

Taz usa il suo sistema limbico per comprenderci, il sistema limbico è emotivo ed un sistema che lavoro più in profondità della nostra mente logica.

Così, quando aumenta il comportamento collaborativo, aumenta anche l’utilizzo del sistema limbico che, ovviamente, meglio comprendere un altro sistema limbico.

Quindi Taz non capisce la nostra volontà, ma il nostro bisogno o qualcosa di simile.

In pratica, si dice: “Voglio una mela”, mentre è necessario una banana, ma Taz capisce che abbiamo bisogno di una pera (come una mela oblunga …)

Uff! Che dici? facciamo una macedonia di frutta?


Ok, ok, andiamo avanti.

Per noi non ottenere la mela si esprime in frustrazione e delusione, ovviamente.

Taz, d’altro canto, cerca di darci una mela, ma come lui immagina sia la mela, che è più simile a una pera … Non funzionerà mai bene.

Ok, pera e mela sono abbastanza simili … ma cosa succede se Taz davvero capisce che abbiamo bisogno di una banana?

Manteniamo la calma. Che cosa potrebbe accadere? Solo un po’ di fastidio, ma non paragonabile alla grande opportunità di ottenere esattamente quello che ci serve!!!

Solo un po’ fastidio…

Taz sta comprendendo un po’ di noi … una piccola parte di noi che noi non conosciamo…

… ops …

Apriti cielo!!! Invochiamo fulmini dal cielo lanciando strali di fuoco! Alastor! Vieni a me e annientae i miei ignobili nemici!!”

Come osa invadere il nostro interiore e pensare di capire qualcosa di noi?

Se ho detto: “Voglio una mela”, Voglio una mela! Una mela gialla e lungo!

appunt … Ok è chiaro suppongo.

Durante la nostra prestazione incredibile, Taz “dimentica” di inviarci a quel paese al momento opporutno, perché collabora ancora con noi2.

Naturalmente, mela e banana sono un esempio. Nella vita reale le cose non sono così ovviamente diverse; nella realtà potrebbero chiamarsi efficacia ed efficienza o produttività e innovazione.

Esistono due tipi di collaborazione: una omologante (gli altri là imita) e un’altra deviante (l’altro ci contrasta in maniera indiretta).
Per noi, il secondo sembrerà un tentativo deliberato di infastidirci (come se le persone non avessero niente di meglio da fare).

Questo meccanismo è estremamente chiaro nei bambini3, negli adulti è più mascherato, ma penso che persista in molte situazioni, anche se, ovviamente, non in maniera così ovvia.

La mia speranza è che questo particolare “luce” possa essere di aiuto per risolvere alcuni conflitti.

Ricordate, cioè, che può essere difficile trovare il modo giusto per lavorare con noi e le nostre richieste contraddittorie, e che più una persona vuole collaborare con noi più può andare oltre le nostre parole.

Se lo ricordiamo potremmo iniziare a fare qualcosa di concreto per cambiare le cose:

Fai pace con te stesso, scusati, e chiedi qualcosa di più semplice, chiaro e veramente voluto!

Concludendo:

  1. l’altro spesso vuole collaborare;
  2. a volte non sa come fare;
  3. potremmo essere noi a rendergli difficile il compito;
  4. fare e pretendere richieste chiare e veramente volute;
  5. è normale inciampare, non facciamola lunga.

Note

  1. Il titolo è un omaggio all’ottimo “Il bambino è competente” di Jasper Juul. In questo libro emergono con nitidezza i concetti di Autostima, il bambino omologante e deviante, e come i bambini collaborino.
  2. Con Autostima si intende la capacità di apprezzare se stessi, a prescindere da quanto si sappia fare, si conosca, si possieda, a prescindere da qualunque cosa sia acquisibile successivamente. Le persone che hanno una forte autostima si muovono in maniera molto diversa da chi ne ha una bassa, e non si può accrescere durante la vita: si sviluppa entro gli otto anni e successivamente al massimo la si può sostenere con altre iniziative ma non coltivare. Poiché il grado di autostima è un dato pressoché immutabile diventa importantissimo avere consapevolezza della propria e altrui autostima per imparare a relazionarsi in maniera proficua.
  3. Anche l’altra parte ha naturalmente delle lamentele sul nostro comportamento. Se noi fossimo i collaboranti e non i richiedenti, la cosa migliore che potremmo fare è dire “no, così mi fai male”.
  4. Solitamente i primogeniti assumono un umore tipico dei genitori, soprattutto se questi sono in difficoltà, li stanno aiutando. I secondogeniti è più facile che diventino capricciosi e insofferenti, anche loro stanno collaborando ma al contrario urlando a gran voce la parte dei genitori che rimane silente.

Credo che questi concetti siano indispensabili per una crescita personale, ma penso che non potrei fare meglio del “libro e lì rimando gli interessati.

Il giorno della memoria? No del peccato originale.


A integrazione dei compiti a Lei (Reinhard Heydrich, ndr) già assegnati con decreto del 24 gennaio 1939 di portare la questione ebraica ad una opportuna soluzione in forma di emigrazione o evacuazione il più possibile adeguata alle circostanze attuali, con la presente La incarico di curare tutti i preparativi necessari sotto il profilo organizzativo, pratico e materiale per una soluzione totale [Gesamtlösung] della questione ebraica nei territori sotto l’influenza tedesca. Nella misura in cui vengano toccate le competenze di altre autorità centrali, queste devono essere cointeressate. La incarico inoltre di presentarmi quanto prima un progetto complessivo dei provvedimenti preliminari organizzativi, pratici e materiali per l’attuazione dell’auspicata soluzione finale [Endlösung ] della questione ebraica

31 luglio 1941, Hermann Göring

Prendo spunto da questa inquietante lettera per convidividere alcune riflessioni, che, spero, vi inducano a spostare lo sguardo e a “vedere” una realtà diversa, più poliedrica, che spesso non è così ovvia come ce la raccontiamo.

Fissiamo alcuni punti:

  1. la soluzione finale, auspicata da Göring contro gli ebrei non è nuova (cioè l’emigrazione forzata), altri prima dei tedeschi l’hanno realizzata, per esempio in Spagna;
  2. gli ebrei hanno fatto poco per farsi amare dagli altri popoli, credo si possa evincere da diversi annedoti;
  3. dall’opzione emigrazione forzata a sterminio rientrano diverse motivazioni, alcune folli altre brutalmente pratiche;
  4. in Germania, c’era un diffuso sentimento ostile verso gli ebrei da circa un secolo;
  5. ci sono mille altre cose, ma per il mio pensiero può bastare.

I gerarchi che presero questa decisione erano tra l’arido e il pazzo e altre caratteristiche che oggi li renderebbero elegibili di ammissione ad istituto di salute mentale.

Comunque il resto delle persone, schiacciate dalla crisi economica e umiliate, erano furenti contro gli Ebrei da circa un secolo, e magari non disprezzerebbero un allontanamento di questa popolo che non si sente tedesco o che i tedeschi non sentono tedesco.

Ma, insomma, il resto delle persone, sono persone normali, più o meno come noi, persone che fanno la fila per prendere il pane, che se la sbrigano tra le noie della burocrazia ecc.

Eppure queste persone normali (comprese madri di famiglia) diventarono gli esecutori materiali dell’olocausto.

Stanford Prison Experiment (thanks to Philpi Zimbardo)
Stanford Prison Experiment (thanks to Philpi Zimbardo)

Successivamente abbiamo visto ripetersi altri Olocausti con le stesse dinamiche.

Gli piscologi sociali hanno poi fatto alcuni test, tra cui ricordiamo quello di Stanford; in breve riassumo dicnedo che dimostra come basti dare il ruolo di guardia per trasformare una persona normale in un sadico picchiatore.

Da tutte queste considerazioni appare che le persone comuni, come voi, come noi, se messe in un contesto organizzato tendono a seguire le regole di questo contesto.

L’asservimento alle regole è proporzionale al potere che il contesto ha sulle persone, in altre parole al numero e pervasità delle regole stesse.

La faccio semplice prendete il vostro dolcissimo figlio, mettetelo in una burocrazia malata e violenta, dategli il ruolo di aguzzino, e il vostro dolicissimo figlio diverrà uno spietato carnefice.

Questo meccanismo ha presa su chiunque di noi, non è un’opinione, ma un fatto.

Ma abbiamo difese? Sì. Farci domande, rifiutare le scelte obbligate, non smettere mai di pensare da soli.

Ogni volta che accettiamo una regola iniqua, anche solo il fatto di pagare una tassa per un servizio che non si usa, accettare che sia normale che lo stato non si fidi di noi (e quindi occorre continuare a dimostrare mille cose), è collaborare con il mostro burocratico, che nega la vita per promuovere al perpetuazione di regole, regolamenti e cavilli che non servono a nessuno.

Smettere di pensare è il peccato originale.

Mangiare la mela? No è sbagliato.

Ma chiedere fino alla nausea perché quel frutto no?

Forse questa è la sfida per ricevere il premio della vita.

La realtà non esiste


Quello che vedi, senti e tocchi lo vedi, senti e tocchi solo tu.

Piantala di voler aver ragione.

Do: La realtà oggettiva non esiste.

A meno di non volerci intendere su cosa significa “oggettivo”.

Vedete, ogni cosa su cui ci approcciamo è filtrata dai nostri “dispositivo percettivi”, i nostri organi di senso, il nostro sistema nervale e dalla nostra esperienza.

Tali organi sono personali e unici. Anche una cosa come un colore, ognuno lo assimila in maniera differente.

Penserete che sia impazzito, lo so, ma datemi fiducia ancora per un po’… e se non la volete dare a me datela a Belinda!

Quando le ho parlato di queste cose.. beh… le è saltata la mosca al naso, ma cominciamo dall’inizio.

Era un notte buia e tempestosa, in qualche parte del mondo, da noi in Italia era una fredda mattina di dicembre, con tanto di sole e cielo terso, e lei si stava addobbando l’albero mettendoci delle rose di uno strano colore.

Belinda: non sono di uno strano colore…mai pensato di essere strana…prima di incontrare te :-)…sono rose rosso venoso!

Do: … dicevo rose di uno strano colore e spinti da un profondo desiderio, di non sappiamo bene cosa, ci siamo messi a parlare appunto del colore della rosa, che a me pareva cotta (tipo mela cotta… insomma marroncina) e a lei rosso sangue pulsante e pieno di vita che ti riempie il cuore…

E quindi le dissi, appunto , vedi “la realtà non esiste…” ok, non mi ripeto

Belinda: io qui sono subito saltata su tutte le furie: “eh No! È il linguaggio che fa in modo che la realtà che percepiamo sia raccontata in maniera diversa, ma la percezione in ognuno di noi non cambia! Un orecchio è un orecchio e la sua funzionalità è la stessa in me in te e nel resto del mondo!”

Do: notate per caso un approccio che ricordi quello linguistico?
Comunque “No, la realtà noi non la conosciamo perché la sperimentiamo con i nostri sensi, ma sono diversi uno dall’altro”.

Belinda: cioè che la mia Tromba di Eustachio è diversa e sente in maniera differente dalla tua?? che la mia pupilla mi riporta un oggetto diverso da quello che la tua riporta a te?

Do: (io delle trombe varie non ne so nulla, ma non ho voluto infierire…) E va bene, San Tommasina da Recanati!! Fai un sondaggio tra gli amici tua e vediamo quanti vedono quella rosa rossa (scusate alcune allocuzioni colloquiali e marchigiane).

Belinda: ma figurati!!

… segue inutile scambio di “complimenti” e rimbalzi per giungere alla conclusione che l’esperimento fu fatto.

Belinda: Abbiamo chiesto a 50 amici miei di definire il colore che vedevano in questa foto escluso ovviamente l’argento da me apportato artificiosamente.:

Una rosa cotta vinaccia
Una rosa cotta vinaccia

E ecco di seguito i risultati ottenuti:

  1. Rosso ( fra cui abbiamo deciso di includere: vinaccio, sangue di piccione, bordeaux, rosso venoso): 28 voti.
  2. Marrone (fra cui abbiamo deciso di includere: ruggine): 16 voti.
  3. Altro (fra cui giallo, verde, porpora): 9 voti.

Belinda: ho vinto!!!!
Ehm sì ma il risultato mi ha quantomeno sbalordita. Io davo per scontato una vittoria schiacciante del rosso “venoso” sul marrone (tipo “solo Do poteva vederla rossa perché si droga”), io lo vedo rosso e non può essere diversamente!!
Non lo riconoscevo come un colore confuso o indefinito, ma ci sono stati “troppi” marrone per decretare una vittoria netta del mio rosso, e a voler essere precisi, anche sui rossi c’è stata ampia varietà.

Il tema percezione/riproduzione linguistica di essa, ricordo fu argomento di una lezione di glottologia all’università, lezione in cui appresi che il linguaggio non influenza la percezione ma il resoconto che ne facciamo di essa nei casi però in cui ci siano dubbi sulla realtà, nei casi in cui la realtà non appaia così netta e certa.

Sembra che abbia sprecato il mio tempo in quel corso…

Do: un po’… come sempre gli esperti di una materia tendono a spiegare il mondo fenomenico attraverso il proprio campo di studi. (guarda qui come copio alla grande i libri seri!!!)

Belinda: che caz.. .ehm che cosa vorresti dire?

Do: che il tuo professore ha ragione, da un suo punto di vista, perché anche la riproduzione dell’esperienza sensoriale la trasforma staccondosi ulteriormente dalla realtà oggettiva (di cui non non sappiamo un beneamata). Hai presente i poeti? quelli che si illuminano di immenso vedono biancheggiare il mare? ecco

Belinda: ma allora come facciamo a comunicare?

Do: Beh la risposta è insita nella domanda, nel senso che noi comunichiamo tramite un linguaggio e ogni linguaggio (limitiamoci per ora a quelli umani!) è un codice convenzionale.

La maggior parte delle nostre differenze percettive vengono assorbite dalla convenzione del linguaggio, come a dire, che quando dico che una cosa è “buona” tutti mi seguite, ma nessuno di voi sa veramente cosa intendo, quando dico che ho freddo sapete che sto avendo una sensazione spiacevole dovuta ad una temperatura bassa, ma in realtà non sapete nulla su quale sia la temperatura né come si manifesta in me questo stato, ognuno di voi si immagina in che modo si sente quando ha freddo, ovviamente tutti voi conoscono persone che hanno freddo con 25 gradi e persone che hanno caldo con 10…

Belinda: Fino a qui posso anche condividere… e già mi preoccupa..

Do: Torniamo al nostro discorso sull’approssimazione, potreste anche dire: “vabbeh ma insomma va anche bene così, mica dobbiamo essere perfetti, cosa me ne può fregare di sapere esattamente come uno sente il freddo.

È una posizione legittima, in fondo mica dobbiamo proprio diventare l’altro, basta capirsi!

Ehm… ma lo sapete che anche mentre fate sesso funziona così? Mentre date un bacio, mentre scegliete inconsapevolmente su cosa dare l’accento nel parlare di una bella esperienza con il vostro partner?

Quando date una carezza, quando dite con la più completa passione “ho bisogno di te” e all’altro può arrivare “quindi stai con me solo perché ti sono utile?”

Dai ditemi che non vi è mai capitato? Ditemi che quando superate il confine della superficialità non iniziano i fraintendimenti, le difficoltà.

Ditemi che non vi è mai capitato, e poi chiedetevi però se avete mai vissuto…

Belinda: non posso certo dire di non aver mai vissuto queste percezioni divergenti…la realtà di ognuno di noi quando è filtrata dal nostro vissuto, dalla nostra anima, dai nostri sentimenti e sensibilità senza contare l’umore e la circostanza “logistica” diventano davvero un groviglio complesso, (parola che a Do piace tanto), da dipanare.

Do: quanto sei lirica…

E mettece like pure sulla versione della Belinda.

Che te ne fai di un modello?


Traccia del mio intervento a Innovation & Viability.

A belli modelli!!!!!!!

Belli i modelli!

Sono spettacolari! Li guardate, li studiate e vi si illuminano 254 lampadine e a volte se siete fortunati zompa fuori anche un genio.

Sono belli, rassicuranti, ci raccontano un mondo perfetto, che funziona, anche se sono modelli che gestiscono ecatombi varie tipo gli tsunami, disastri nucleari, elezioni anticipate, la burocrazia italiana.

Di solito un modello è fatto da una serie di processi, una serie di regole, un po’ di consigli, il tutto applicato ad un insieme di risorse.

Prendiamo quello di cui si parlerà oggi (Viable System Model).

Ci stanno 10 canali, 6 funzioni, una approfondita trattazione con tanto di consigli pratici e pure una enciclopedia clinica per diagnosticare eventuali patologie del sistema.

Cosa volete di più dalla vita?

Io di solito a questa domanda rispondo un Tucano, di 2 metri con una birra sul becco; questione di gusti suppongo.

Le risorse

I modelli si applicano alle risorse.

Le risorse sono attrezzature, materie prime, immobili, processi, gli ambienti (sì sono più di uno!) e le persone.

Le persone sono quegli affari che si muovono nell’ambiente che ospita l’azienda e tendenzialmente usano tutte le altre.

L’ho fatta semplice, non è il caso complicare in un rivolo di dettagli.

Quando si cerca di applicare un modello, questo vi dice che vi servono determinate caratteristiche, caratteristiche che devono esse contribuite dalle risorse.

Ora se ammodernare un macchinario è una questione di soldi, riscrivere un processo o trovare certe caratteristiche nelle persone, è un problema più difficile da affrontare.

Modelli, algoritmi e ricette

Io da giovane facevo il programmatore, come tanti.

Quando mi hanno spiegato cos’è un algoritmo mi hanno detto: “hai presente una ricetta di cucina?”

La ricetta è veramente un algoritmo, un algoritmo in effetti evoluto, perché prevede l’utilizzo di strumenti senzienti o intuitivi: avete presente il q.b.?

Comunque a noi interessa mantenere la metafora. Già perché i modelli sono una evoluzione degli algoritmi, o la possiamo vedere così. Qualcuno potrebbe dire che sono la rappresentazione teoretica di sistemi concreti.

Ma stiamo con i piedi per terra.

Ci interessa che, alla fine, tutto è un po’ come una ricetta di cucina.

Ecco allora se voi dovete fare una bella ricetta e non avete gli ingredienti giusti che fate?
Cambiate ricetta?
Li andate a comprare?
E se non è stagione?
E se non li trovate?
E se non ci sono di qualità dove abitate voi?

Beh qualcuno dice: cambia la ricetta.

Figo! mi studio 2000 pagine di modello e poi lo cambio perché non posso applicarlo…

c’è qualcosa che no va!

Persone → complessità → ve tocca!

Il problema è che parliamo di persone principalmente e quando si parla di roba viva abbiamo a che fare la complessità.

Non vi faccio la storia della complessità che è lunga, ma richiamo i punti essenziali:

  1. se c’è un problema è quasi sempre sistemico: non esistono pillole magiche;
  2. se devi intervenire è necessario farlo su più fronti simultaneamente;
  3. gli strumenti da utilizzare devono essere diretti, semplici e dotati di un ottimo e tempestivo principio retroattivo (come il timone);
  4. la resilienza è poca cosa confrontata con la capacità di adattamento ed evoluzione della vita;
  5. la vita senza sollecitazioni non cerca di cambiare (vedi il coccodrillo).

Ingredienti ed ortaggi

Torniamo alla nostra ricetta.

In realtà poi, spesso, mica abbiamo l’ingrediente finito, spesso invece che il pomodoro, abbiamo la pianta di pomodori e sul mercato non esiste il pomodoro che serve a noi.

Ma quelli che produciamo non ci piacciono, sanno di poco, sono troppo grossi, troppo piccoli.

Oppure vorremo un’altra qualità, ma ci conviene di più piantare una nuova pianta o fare un innesto su quella esistente?

E alla fine di tutto è veramente così indispensabile avere quel preciso tipo di pomodoro?

Beh se vogliamo utilizzare il modello, certo che sì!

Lo vogliamo?

Modello, persone, innovazione

Ammettendo di avere implementato correttamente un modello, perché questo dovrebbe portarci innovazione?

Se funziona e funziona bene perché cambiare?

E se non funziona siamo troppo presi ad inventarci regole e sovrastrutture per cercare di imbrigliarlo.

Insomma vi è chiaro che così non serve a nulla?

Allora come possiamo trarre vantaggio da un modello?
E dalle nostre risorse?
E come spingere l’innovazione?

Al di là del torto e della ragione….

…contano soltanto le persone.

Il trucco è questo.

Un modello è un modo per vedere la realtà, per leggerla, per ispirarsi, ma quando volete concretizzare vi serve guardare a quello che avete, alle persone che avete.

Capire come ottenere le caratteristiche che vi servono o come fare senza.

I modelli sono tanto alcuni più utili di altri, ma è sempre una visione soggettiva, quando si crea qualcosa, occorre accettare che la nostra immagine non coincide con quella di chi ci segue, e non importa quanto pensiamo di essere bravi a raccontarla.

Occorre invece fare pressione su pochi ideali, sui simboli vitali; quella roba che si dice in una parola e contiene un mondo.

Pensate alla colomba di Picasso.

Poi guardate le persone, cosa ci possono dare e sfruttate i loro punti di forza, smettete di dire che uno deve migliorare i suoi punti deboli.

Fa fatica! Lasciate perdere! Fatelo diventare grande nei suoi punti di forza e vedrete che troverà modo di mitigare le sue debolezze.

E l’innovazione?

Bhe sapete quali sono i tratti distintivi dell’uomo? Cosa ci distingue dagli altri animali?

Sappiamo ridere e sappiamo creare.

E cos’è la creazione se non innovazione?

E.. beh… con questi stimoli, questo rispetto, con la dignità individuale praticata in ogni momento…

Beh, con tutto questo, l’innovazione viene gratis.